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Trivelle, petrolio e ambiente: le mani che si allungano sulle coste siciliane

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In questi giorni si sta assistendo a un rovente botta e risposta tra associazioni ambientaliste e rappresentanti del governo. In particolare, ci riferiamo alle recenti dichiarazioni rilasciate da Matteo Renzi inerenti lo sfruttamento delle risorse petrolifere del meridione e al contrattacco di Greenpeace.

Il presidente del Consiglio, infatti, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, ha affermato: “Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”.

Parole che hanno acceso gli animi di tutte quelle persone che le trivellazioni, l’estrazione del petrolio e gli interessi delle multinazionali li pagano sulla propria pelle.

Nei giorni scorsi, la Rainbow Warrior è approdata al porto di Palermo per manifestare contro una situazione di sfruttamento che favorisce le multinazionali e va avanti da anni. Secondo Greenpeace, sarebbero circa 20 le autorizzazioni in via di concessione da parte del ministero dell’Ambiente per operazioni di ricerca e di estrazione al largo delle coste siciliane.

Concessioni che, denuncia Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, consentono alle piattaforme petrolifere di stazionare anche a poco più di 20 km dalla rive e vicinissimo ad aree protette e riserve naturali.

Una corsa al petrolio che, stando a quanto affermato da Greenpeace, lascia il tempo che trova, affossando ancora una volta i buoni propositi di sostenibilità e futuro rinnovabile.

Nella risposta fornita dall’organizzazione alle parole del presidente del Consiglio, si legge: “Forse offuscato dalla voglia di fare, Renzi ha dimenticato di analizzare in maniera approfondita i dati, quelli veri. Parla di 40.000 posti di lavoro, prendendo per buoni i dati di Assomineraria (che ha recentemente dichiarato anche che le trivelle in mare fanno bene alla pesca), e dimenticandosi ad esempio di rapporti di Confindustria e sindacati, che evidenziano come il ramo occupazionale legato all’efficienza energetica sia enormemente più ampio e importante. Si potrebbero creare 160 mila posti di lavoro l’anno per dieci anni, senza considerare l’indotto per l’economia e i risparmi per i cittadini”.

Una battaglia quella dell’estrazione del petrolio che, secondo Greenpeace, sarebbe inutile visto che “non coprirebbe neppure due mesi di consumi del sistema paese. Senza considerare le royalties, tra le più basse d’Europa”.

E che dire di quei tre quattro comitatini che contano centinaia di migliaia di persone che, ogni giorno, in tutta Italia, vivono sulla propria pelle le conseguenze delle fonti fossili?

Tralasciando la mancanza di diplomazia e il cattivo gusto con cui un rappresentante politico ha chiamato in causa una buona fetta della popolazione  che lotta per i propri diritti, il rischio è che, come al solito, oneri e onori siano distribuiti in maniera poco equa, con rischi e danni ambientali ai cittadini e guadagni nelle tasche dei soliti noti.

Secondo quanto denunciato da Giannì: “Ci sono vergognose omissioni nel decreto ministeriale che ha sancito la compatibilità ambientale delle nuove trivellazioni nel Canale di Sicilia: non sono stati valutati i rischi di incendi sulle piattaforme, di frane del sottosuolo marino, di dispersione di petrolio in mare, si pongono le basi per un disastro ambientale nel Mediterraneo. Abbiamo già avviato la procedura per presentare ricorso al Tar, ma i tempi stringono e abbiamo bisogno dell’aiuto delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria”.

In particolare, l’organizzazione fa riferimento al progetto “Offshore Ibleo” dell’Eni, che prevede otto pozzi, gasdotti e una piattaforma in mare a largo della costa tra Gela e Licata. Oltre che infrastrutture di terra proprio dentro l’area protetta di Biviere di Gela.

Sono anni che l’Eni allunga le mani sulla Sicilia, alla ricerca di guadagni. Qualche tempo fa, ad esempio, abbiamo parlato del progetto denominato “Vela 1”, un progetto di ricerca di idrocarburi gassosi al largo del comune di Licata (Agrigento) per cui è stato presentato uno Studio di impatto Ambientale (SIA) su cui sono intervenute numerose associazioni. All’epoca, le associazioni denunciavano uno studio di impatto superficiale e fuorviante, senza una reale valutazione dei rischi e istruzioni su come intervenire in caso di disastri (potete approfondire l’argomento a questo link).

È da tempo che i “comitatini” denunciano gli interessi delle multinazionali e i rischi che l’ambiente e i cittadini siciliani corrono in questa lotta a chi trivella più a fondo.

È da tempo che le organizzazioni come Greenpeace chiedono un incontro coi politici per risolvere una questione che nessuno sembra voler considerare.

Greenpeace, in circa due mesi, ha raccolto con la sua iniziativa oltre 45.000 firme di cittadini che hanno sottoscritto la dichiarazione online di “indipendenza dalle fonti fossili”. Non si può e non si deve ignorare questa voce.

Ma, del resto, questo governo “del fare” ci ha già abituati ai regali alle multinazionali che attentano all’ambiente: http://ambientebio.it/mari-e-fiumi-piu-inquinati-grazie-al-nuovo-decreto/

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