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Mais contaminato alla diossina. Allerta in Italia per allevamenti e prodotti di origine animale

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Più volte durante quest’anno abbiamo assistito a episodi di frodi alimentari o di cibi contaminati e avvelenati. Ancora una volta, ci troviamo di fronte a un’allerta alimentare che riguarda un contaminante molto pericoloso, già immesso sul mercato.

II fatti risalgono al 6 marzo scorso, quando nel porto di Ravenna una nave Ucraina deposita un carico di circa 26 mila tonnellate di mais contaminato da diossina e sfuggito ai controlli dei PIF  (Punti di ispezione frontaliera del Ministero della salute).

Tutto il lotto viene inizialmente stoccato nei silos e poi distribuito alle aziende che in parte lo trasformano in farina e in parte lo mischiano ad altri ingredienti per ottenere del mangime. Subito dopo, viene immesso sul mercato, finendo in molti allevamenti italiani dove viene distribuito agli animali come razione giornaliera.

Nessuno si accorge di niente, fino a quando, il 15 maggio nel corso di un accertamento condotto dall’Ausl di Ravenna, viene effettuato un prelievo su alcuni prodotti che finisce nei laboratori della sede bolognese dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Lì, le analisi evidenziano un livello di intossicazione di gran lunga superiore ai valori minimi consentiti: 2,92 nanogrammi di diossine e furani per chilogrammo di granturco, contro un limite fissato a 0,75.

Da qui in poi, scatta il sistema di allerta comunitario (Rapid alert system for food and feed), che consente di notificare in tempo reale i rischi per la salute pubblica legati ad alimenti, mangimi e materie prime, e permette di informare tutti gli stati membri.  Il Rasff immette l’informazione in rete e parte l’allerta, anche se, ormai, il prodotto è già in commercio e nel circuito degli allevamenti da tempo.

Nei giorni scorsi, con un po’ di ritardo, anche il Ministero della salute diffonde un primo comunicato stampa abbastanza generico, che spiega le procedure messe in campo per rintracciare e bloccare il lotto contaminato.

Sul sito del Ministero si legge: “A seguito della positività riscontrata il 10 giugno, sono state attivate già l’11 giugno tutte le procedure operative previste dal sistema di “allerta rapido alimenti e mangimi” (RASFF), che hanno portato, grazie al tempestivo intervento delle Autorità sanitarie locali, al rintraccio ed al  blocco dei mangimi a rischio”.

Si spiega che “sono state inoltre definite ulteriori misure a tutela della salute pubblica che hanno previsto, tra l’altro, il blocco cautelativo di alimenti provenienti da animali che hanno consumato mangime contenente una percentuale a rischio di mais ucraino”.

La decisione di bloccare la macellazione degli animali alimentati con mangime contaminato in misura superiore al 32 % della razione, insieme a latte e uova da loro prodotti, è stato un primo passo doveroso.

Un passo che naturalmente richiederà nei prossimi giorni ulteriori prelievi e test per comprendere l’effettiva entità della situazione che, a una prima analisi, appare più estesa di quanto si pensi. L’allerta, infatti, interesserebbe ben 12 regioni italiane, in cui il mais contaminato è stato utilizzato come mangime nei diversi allevamenti.

Il sistema di allerta è riuscito a bloccare circa 5.000 tonnellate di mais che erano rimaste nei silos e sono state immediatamente sequestrate. La rimanente quota però (21.000 tonnellate) è stata in parte commercializzata come farina e in parte miscelata in misura variabile (dall’1 al 60% ) per creare mangime completo da dare a bovini da latte e da carne, maiali e polli e pesci. Un’altra quota è stata utilizzata dagli allevatori come complemento del pasto dato agli animali e mescolato ad altri ingredienti autoprodotti dalle aziende agricole.

Stando a quanto affermato da Il Fatto Alimentare, il piano di emergenza messo a punto dal Ministero prevede un primo esame di 12 campioni di materia prima contaminata. La seconda fase prevede l’esame di 150 campioni di latte, uova e carne reperiti sul mercato per valutare la presenza di diossina sul prodotto al dettaglio. Queste ultime analisi si rendono necessarie perché si stima che il 70-80% di mais contaminato da diossina sia già stato dato agli animali e quindi venduto e consumato dai cittadini.

Dall’esito di questa seconda fase di analisi si riuscirà a fare una valutazione più approfondita del rischio, a comprendere il livello effettivo di diossina presente negli alimenti e quanto questi siano pericolosi per i consumatori.

(Foto: Greencolander)

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