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Giappone riprenderà la caccia alle balene (malgrado il divieto internazionale)

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Il Giappone vuole riprendere la sanguinosa caccia alle balene: non bastano i 13mila esemplari che, dal 1987 a oggi, sarebbero stati macellati barbaramente, in contrasto con tutte le convenzioni e le decisioni internazionali sull’argomento. Il piano del governo di Tokyo prevede la cattura annuale di 333 balenottere minori antartiche (Balaenoptera acutorostrata Lacépède è il nome scientifico), in un periodo che va dal 2015 al 2027. La previsione iniziale era di abbattere circa 900 esemplari ogni anno, ma dopo gli interventi dell’IWC, l’International Whaling Commission, organismo internazionale che regola la caccia alle balene, il piano sarebbe stato ridotto a circa un terzo.

Questa pratica barbara è stata messa al bando, almeno per scopi commerciali, sin dal 1986, da quando cioè l’IWC, impose ufficialmente una moratoria. Inutile dire che, purtroppo, alcune nazioni non rispettano totalmente il bando: la Norvegia e l’Islanda hanno proseguito la caccia, pur autoimponendosi dei limiti precisi. Anche la Russia si è opposta alla moratoria, ma non ha esercitato la caccia dopo l’approvazione.

Sulla carta, il Giappone ha rispettato il bando, ma in realtà ha continuato a mettere in pratica la caccia alle balene a causa di un “buco” nella normativa approvata dell’86. Il bando infatti, non prevedeva proibizioni per la cattura e l’uccisione di balene di taglia grossa o media, purché fosse effettuata per fini scientifici. Una scappatoia che ha permesso alla nazione di proseguire indisturbata nella caccia a fini commerciali, fino a poco tempo fa: Leigh Henry, una delle dirigenti del WWF, ha spiegato che il Giappone è stato finora l’unico Stato a condurre la caccia alle balene in acque internazionali, incluso un santuario dei cetacei posto al largo della costa dell’Antartide.

Un andazzo che è proseguito almeno fino all’anno scorso, quando la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja ha proibito ufficialmente al Giappone di persistere nella mattanza. Ma il governo di Tokyo non si è mai arreso.




Già l’anno scorso il primo ministro Shinzo Abe aveva annunciato la ripresa della caccia. La presentazione del nuovo piano, che dovrebbe partire il prossimo inverno, è solo la prosecuzione di questa assurda battaglia: ed è ancora su una presunta base scientifica che il governo argomenta la propria necessità di macellare migliaia di esemplari di cetacei nei mari antartici. Calcolare il numero di esemplari presenti nei mari e studiare l’ecosistema marino nell’antartico: sarebbero questi, secondo il governo giapponese, gli obiettivi della ripresa della caccia. “Non abbiamo cambiato né le nostre pratiche politiche, né il nostro obiettivo”, ha dichiarato Joji Morishita, il rappresentante giapponese all’IWC, in risposta alle critiche. E ha continuato sostenendo che avrebbe risposto in maniera sincera “ai commenti sul piano di caccia alle balene, purché basati scientificamente”. Un piano già messo in dubbio dall’IWC perché carente proprio di qualunque tipo di giustificazione scientifica: “Con le informazioni presentate nella proposta, non siamo stati in grado di determinare se la raccolta di campioni da esemplari morti sia necessaria ai due obiettivi principali”, scrivono gli esperti dell’IWC.

A questa storia, già tragica di per sé, si è aggiunto nell’ultimo periodo un capitolo ancora più oscuro: uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Royal Society Open Science” ha rivelato che la flotta commerciale giapponese avrebbe alterato i dati sulla caccia ai capodogli negli anni ’60. Alle baleniere dell’epoca era stato vietato di cacciare questi cetacei, quando non raggiungevano la dimensione di 38 piedi (circa 11 metri e mezzo): i cacciatori avrebbero però falsificato i propri registri per proseguire, indisturbati, con la loro mattanza.

(Foto: Nestor Galina)

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