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Made in Italy: la legge che minaccia la produzione di riso, confondendo i consumatori

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I produttori di riso in Italia si sentono minacciati: dalle importazioni massicce provenienti dall’Asia, spesso prodotte in condizioni poco favorevoli all’ambiente e alla tutela dei lavoratori; ma anche dai provvedimenti di istituzioni italiane ed europee che sull’argomento sembrano andare contro i loro interessi.

Ma procediamo con ordine. L’Italia è il principale produttore di riso in Europa, nonché grande esportatore: gli ultimi dati parlano di una superficie di 220mila ettari dedicata alla risicoltura, con 10mila persone impiegate nel comparto. Il 65% del riso coltivato qui viene acquistato in altri Paesi e la vendita totale si attesta sul miliardo di euro ogni anno.

Un settore, insomma, che andrebbe valorizzato e premiato. Eppure, secondo associazioni, produttori e opposizioni, gli ultimi provvedimenti in materia andrebbero in una direzione diversa.

Carlo Petrini di Slow Food ha lanciato dalle colonne di Repubblica un allarme sulla nuova normativa: il Senato ha infatti approvato una legge delega su diverse questioni che riguardano la pesca e l’agricoltura. Entro 12 mesi, il governo dovrà approvare un decreto legislativo in materia.

Stando a quanto scrive Petrini, la nuova norma peggiorerebbe ulteriormente la già scarsa trasparenza dell’etichettatura dei prodotti risicoli in Italia. Attualmente, il ministero dell’Agricoltura emette ogni anno un decreto che in qualche modo favorirebbe la confusione delle varietà di riso, penalizzando le produzioni autentiche e genuine. La confusione nasce quando si mischiano concetti diversi come risone (il cereale coltivato) e riso (il prodotto finito): “Chi coltiva “Carnaroli”, produce risone “Carnaroli”. Per contro, il riso “Carnaroli” si può ricavare, legalmente, raffinando risone di varietà, come “Carnise” o “Carnise precoce” o “Karnak” o “Poseidone”, oltre a “Carnaroli”, ovviamente. L’escamotage si chiama omonimia: il riso può chiamarsi con il nome della varietà da cui deriva il risone, oppure con uno dei nomi delle varietà che appartengono alla stessa categoria agricola”.

Un’omonimia che non metterebbe il consumatore in grado di conoscere e scegliere quale varietà acquistare. E la nuova norma non aiuta: “Non mi piace”, prosegue Petrini “l’attuale progetto di legge sul riso che, se possibile, peggiorerà ancora le cose. Se oggi infatti, un produttore di riso serio e attento può decidere di chiamare il proprio prodotto Karnak o Poseidone, quando derivi da queste varietà di risone, la nuova legge in discussione vorrebbe addirittura imporre la sinonimia: se il risone viene dal gruppo cui appartiene anche il “Carnaroli”, non potrà che chiamarsi “Carnaroli”. Con incredibile faccia tosta si presenta questo come un vantaggio per i consumatori, altrimenti confusi”.


Questo aspetto deleterio dell’etichettatura va a innestarsi in una situazione già difficile per il comparto. L’Europa, qualche anno fa, ha liberalizzato l’importazione di riso dall’Asia, eliminando i dazi sul prodotto. In particolare, secondo Coldiretti, il riso di varietà Indica proveniente dalla Cambogia sarebbe all’origine del recente calo di ettari impiegati nelle risaie italiane: solo nel 2015, le coltivazioni sono tornate lentamente a crescere, dopo alcuni anni molto difficili.

Non solo, sempre la Coldiretti sottolinea come il riso cambogiano sia più conveniente perché prodotto senza tener conto dei diritti dei lavoratori e del rispetto dell’ambiente: “Nel primo semestre 2014” – riporta l’associazione dei coltivatori in un comunicatoil sistema di allerta rapido Europeo (RASFF) ha effettuato quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica per la presenza di pesticidi non autorizzati o che superano i limiti ammessi di residuo e assenza di certificazioni sanitarie”. Inoltre, “il riso Indica cambogiano arriva in Italia ad un prezzo riferito al grezzo inferiore ai 200 euro a tonnellata, pari a circa la metà di quanto costa produrlo in Italia nel rispetto delle norme sulla salute, sulla sicurezza alimentare e ambientale e dei diritti dei lavoratori”.

La legge delega in approvazione, invece di ovviare al problema, conterrebbe un passaggio che consentirebbe di “mascherare” la reale provenienza geografica del riso. A denunciarlo è Mirko Busto, deputato 5 stelle, in un report sull’argomento: “L’ambito di applicazione della bozza di legge si riferisce «al prodotto ottenuto dal riso greggio, confezionato e venduto o posto in vendita o comunque immesso al consumo sul territorio nazionale per il quale deve essere utilizzata la denominazione “riso”». Ciò significa che il prodotto riso può essere ritenuto italiano per il solo fatto che viene lavorato in Italia. Vi sembra una cosa che rispetta i diritti dei consumatori?”.

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Inoltre, ci sarebbero dubbi sull’applicazione delle sanzioni per i trasgressori. Scrive Busto: “Al momento pare che le sanzioni previste per chi dovesse violare le norme sull’etichettatura e sull’origine del prodotto – tra 600 e 3.500 euro – potrebbero non essere immediatamente applicabili”.

Insomma, le criticità sono diverse, ancor prima che la norma entri in vigore. La speranza è che aggiusti il tiro, prediligendo gli interessi dei produttori locali e dei consumatori.

(Foto: Brian Wood-koiwa)

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