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Adozione in Italia: tra cavilli e burocrazia il cammino è in salita

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Adozione o utero in affitto?

La burocrazia italiana rende l’adozione una “missione impossibile” e molte coppie rinunciano oppure ripiegano su soluzioni come l’utero in affitto. Vediamo perché.

Ci sono poche cose difficili da fare in Italia quanto adottare un bambino. Cavilli burocratici, tempi di attesa snervanti, costi elevati, assenza di politiche di sostegno per le coppie che scelgono l’adozione. E più in generale, brutte leggi che regolano il settore e che neanche vengono applicate. Il risultato è un calo nel numero di azioni rispetto al 2010, del 50%, stando alle stime del Centro italiano aiuti all’infanzia.

Adozione: le leggi italiane

La normativa che regola la materia in Italia è la legge 184 del 1983, poi modificata nel 2001. L’ultimo intervento sull’argomento è avvenuto recentemente con l’articolo 5 del disegno di legge Cirinnà, quello che per intenderci conteneva lo stepchild adoption, anche per le coppie omosessuali, poi eliminato.

Adozione: cosa dice la legge

La legge stabilisce che in Italia possono adottare un bambino le coppie che hanno le seguenti condizioni:

  • Eterosessuali che sono sposati da almeno tre anni
  • La differenza tra genitori adottivi e adottati non deve essere inferiore ai 18 anni.

Secondo la legge non possono adottare le coppie di fatto, le coppie omosessuali e le persone single.

Adozione: una burocrazia elefantiaca

Adottare un bambino in Italia è come una maratona. Chi arriva alla fine ha sudato le fatidiche sette camice (e forse qualcuna in più). Si parte dall’attestato di idoneità che si ottiene presentando la domanda al Tribunale dei minori competente. Una volta superati i requisiti, si passa a una fase delicata dove gli aspiranti genitori vengono sottoposti a durissime prove psicologiche: indagini che durano in genere 4 mesi.

Dopo questa fase c’è l’attesa, che può essere estremamente snervante. La coppia aspetta a lungo la telefonata del tribunale che può anche non arrivare. La domanda ha inoltre una data di scadenza: decaduto il termine dei tre anni, bisogna ripetere tutto l’iter.

Se si sono superate queste fasi (ancora vivi dopo tanto stress fisico e psicologico) si possono intraprendere due strade, l’adozione nazionale o internazionale.

Adozione nazionale: dai 12 ai 14 mesi

Per adottare bambini nel nostro Paese i tempi sono “relativamente” brevi. Parliamo di 12 e 14 mesi. Ma anche in questo caso, la coppia non può mai cantare vittoria. Anche dopo l’affido, c’è un rischio giuridico da non sottovalutare: la possibilità cioè che il bambino venga ridato alla propria famiglia di origine.

Adozione internazionale: fino a 3 anni

Neanche cercare fortuna all’estero può aiutare la coppia che ha scelto questa strada. Nel caso di adozione internazionale, bisogna recarsi presso il Paese d’origine davanti alle autorità competenti. Il percorso a livello legislativo può essere infinito: possono trascorrere fino a tre anni dalla presentazione della domanda.  E in più c’è da considerare la voce “costi”. Si va dai circa 8.500 euro della Bolivia ai quasi 13mila in Russia, a cui vanno aggiunte tutte le spese per sostenere alloggio ed extra.

Utero in affitto, “adozione per ricchi”

A fronte di questo iter così assurdo, pare quasi comprensibile che una coppia faccia ricorso all’utero in affitto. Ma è davvero una soluzione?

Questa pratica è sostanzialmente un “rimedio” per i ricchi, visti i costi che si possono aggirare anche intorno ai 150mila dollari. E non è solo questo il punto. Bisognerebbe considerare anche il fattore umano.

È davvero giusto “comprare” una vita? È davvero giusto puntare sullo stato di povertà di alcune donne che si prestano come una sorta di “incubatrice”? Il legame tra una mamma e il suo bambino inizia prima del parto. E non siamo sicuri che spezzarlo sia la scelta più giusta per il nascituro.




Senza voler limitare la libertà di nessuno di scegliere la propria strada, non sarebbe più giusto, più onesto, considerare vie preferenziali per l’adozione piuttosto che diffondere pratiche dubbie come l’utero in affitto?

 

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