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Sindrome di Stoccolma, quando il terrore si trasforma in amore

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Sindrome di Stoccolma: quando il prigioniero 'ama' il carceriere

Il pericolo e il terrore possono spingere una vittima ad amare il suo aguzzino. Rapimenti e convivenze forzate in realtà non fanno innamorare. Con la Sindrome di Stoccolma, ad agire è l’istinto di sopravvivenza.  

Meglio conosciuta come “l’amore per il proprio carnefice”, la Sindrome di Stoccolma è una forma di dipendenza psicologica e/o affettiva che talvolta colpisce le vittime di abusi, fisici e mentali. Durante i maltrattamenti, si provano sentimenti positivi verso l’aggressore, che vanno dalla comprensione fino all’amore e alla sottomissione volontaria. Secondo gli esperti è un meccanismo di alleanza e solidarietà innescato dall’istinto di sopravvivenza.

Una rapina dà origine al nome

Nell’agosto del 1973, Jan-Erik Olsson, evaso dal carcere di Stoccolma, tentò una rapina in banca insieme a un compagno di cella Clark Oloffsson, prendendo in ostaggio quattro dipendenti. La prigionia e la convivenza forzata, in un corridoio di 16 metri per 3, si concluse con il rilascio volontario degli ostaggi e la resa dei rapitori.

Una volta liberi, durante i colloqui con gli psicologi, i sequestrati mostrarono però dei sentimenti positivi verso i sequestratori, per i quali sentivano una sorta di gratitudine per aver risparmiato loro la vita. E presero anche le loro difese nei confronti della polizia, mentendo o difendendoli. Un paradosso psicologico che si sviluppa come reazione automatica, a livello inconscio, per tollerare una situazione fortemente traumatica.

I fatti di Stoccolma vennero studiati in tutto il mondo e spinsero il criminologo e psicologo del FBI Nils Bejerot a coniare il termine Sindrome di Stoccolma.

Sindrome di Stoccolma: un paradosso dettato dalla sopravvivenza

È logico pensare che in caso di rapimento, la linea d’azione più logica sia provare a farsi amico il rapitore, così da aumentare le possibilità di uscire illesi dalla situazione. Ma in caso di Sindrome di Stoccolma, non si tratta di una scelta razionale che il soggetto compie, quanto piuttosto di un meccanismo automatico. La persona non “finge” di perorare la causa dell’aggredito, ma finisce per farlo davvero.

Questo avviene perché il soggetto ha bisogno di trovare un modo per adattarsi all’elevato stress psicofisico che sta vivendo. Inizia così ad accettare la convivenza in questo ambiente minaccioso grazie a una regressione a precedenti stati di sviluppo della personalità. È come se psicologicamente regredisse a uno stato infantile inferiore ai cinque anni, quando era totalmente dipendente dalla figura genitoriale che rappresenta controllo e sicurezza, ora sostituita dall’aguzzino.

In una situazione di convivenza forzata, questa dipendenza cementa il legame tra i due opposti attori della vicenda, creando la sensazione di un “noi” contro “loro”, le persone cioè che sono lì fuori. E più passa il tempo in cui le “autorità” di polizia non intervengono a salvare la vittima, e più diventa forte un processo di immedesimazione e di identificazione con il carceriere, che viene percepito come l’unico in grado di gestire la situazione e garantirgli la sopravvivenza.

Diventa dunque una sorta di eroe positivo, con cui la vittima simpatizza e, in alcuni casi, comprende e accetta le motivazioni che lo hanno spinto al gesto che ormai li lega e li pone dinanzi al pericolo comune della morte. La prospettiva del rapitore è assunta talvolta in modo così intenso dalla vittima, da provare rabbia verso coloro che cercano di aiutarla.

La regressione e l’identificazione quindi sono innescate dalla paura, non certo dall’affetto.

Sindrome di Stoccolma: i casi italiani noti

I casi accertati di Sindrome di Stoccolma più famosi sono avvenuti all’estero. Ma anche l’Italia offre episodi che hanno fatto molto scalpore tra i media e la popolazione. Ricordiamo il caso di Giulia Amati, rapita nel 1974 da Jean Daniel Nieto, di origini francesi, che al momento del rilascio si mostrò folle d’amore per il suo aguzzino, e si disperò alla sua cattura.

Un altro caso tutto italiano fu quello di Gianni Ferrara, che venne rapito ai Caraibi all’età di 8 anni e portato in Venezuela da 5 agenti di polizia dello Stato di Zulia. Il riscatto era di 650 milioni di lire e la prigionia durò circa due mesi. Durante quel periodo però, il bambino mostrò un atteggiamento molto freddo e distaccato nelle telefonate che faceva alla famiglia. Infatti si era affezionato così tanto ai sequestratori che inveì contro la polizia che venne a liberarlo.

La Sindrome di Stoccolma dunque è un meccanismo difensivo che si è innescato involontariamente nel bambino per il suo istinto di sopravvivenza, e gli ha permesso di vivere più serenamente la sua prigionia.




Attualmente, gli esperti hanno esteso la Sindrome di Stoccolma alle vittime di violenza domestica, membri delle sette, prigionieri di guerra, donne costrette alla prostituzione e bambini oggetti di abusi sessuali.

APPROFONDISCI: Come riconoscere la violenza psicologica: 5 segni

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