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Mense scolastiche, quando il cibo finisce in spazzatura: raggiunti picchi del 70% di spreco alimentare

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Più della metà della pasta e dello spezzatino di manzo serviti nelle mense di alcune scuole italiane va a finire nella spazzatura. Sembra incredibile, specialmente in un momento di grave crisi economica come questo, ma è quanto emerge da un importante rapporto redatto dalla UL – Conal, società di consulenza specializzata nei settori agroalimentare e ambientale.

Lo studio, riportato recentemente dal Fatto Alimentare, ha messo sotto la lente d’ingrandimento il servizio mensa nelle scuole di un comune lombardo per un mese intero; 5mila i pasti preparati ogni giorno per gli alunni del paese. I risultati del monitoraggio di Ul Conal mostrano come: il 73% dello spezzatino di manzo viene buttato; stesso destino per il 64,7% della pasta pomodoro e ricotta; percentuali meno elevate, ma comunque preoccupanti per gli scarti di mozzarelle (29% del totale) e prosciutto (19%).

Frutta (arance, banane e mele) e dolci (budino alla vaniglia) sono gli alimenti più apprezzati: gli sprechi si fermano “appena” all’11 e al 6,5% rispettivamente.

Per carne e pasta il problema sarebbe di duplice natura: da una parte, gli allievi non vogliono o non riescono a consumarle; dall’altra, lo scarto sarebbe dovuto all’eccessiva quantità che arriva nell’istituto.

Secondo quanto dichiarato dal responsabile di un grosso centro di produzione e distribuzione di pasti per le scuole, raggiunto dal Fatto Alimentare, “registrare nelle scuole un rifiuto del 25% è un ottimo risultato”.

Una vera e propria piaga che potrebbe essere limitata con alcuni accorgimenti, anche se non sempre di semplice realizzazione.

Analizzare i piatti preferiti dagli alunni, per esempio, può ridurre la quantità di cibo lasciata perché poco gradita, cercando però di tenere sempre presenti i principi di un’alimentazione sana.

Allo stesso tempo, ridurre le quantità delle porzioni potrebbe essere una soluzione, ma occorre moderazione per evitare le rimostranze di chi paga il servizio, e cioè i genitori.

Il problema, purtroppo, non è nuovo per la nostra Penisola. Secondo il “Rapporto 2014 sullo spreco domestico”, reso pubblico nel luglio scorso, sarebbe pari a 8,1 miliardi il valore in euro degli alimenti buttati via perché scaduti o immangiabili. Solo in Italia. Una cifra enorme, che corrisponde a 630 grammi di cibo sprecato per famiglia, ogni settimana.

Numeri pesanti, ma che non devono far disperare: anche se lentamente, grazie alla tenacia e all’impegno di associazioni e istituzioni, sul problema dello spreco alimentare sempre più persone vengono sensibilizzate.

Nel “Rapporto”, infatti, ci sono alcune inversioni di tendenza significative. Il 63% della popolazione italiana si dice “attenta agli sprechi”, per esempio. Rispetto all’anno precedente, poi, la quota di alimenti buttata via sarebbe stata ridota di 600 milioni di euro.

Il dato più significativo, riguarda le date di scadenza: dopo aver controllato l’etichetta, l’81% delle persone intervistate controlla se il cibo scaduto è ancora buono, prima di gettarlo. Pochi mesi prima di questa rilevazione, la cifra si fermava al 63%.

Dati che fanno sperare e che soprattutto indicano una strada percorribile: cambiare si può. Ecco che fioccano soluzioni concrete e iniziative per attenuare lo spreco di alimenti.

In questa direzione, per esempio, si muovono iniziative di ong come ActionAid che pochi giorni fa ha lanciato la campagna “Io mangio tutto. No al cibo nella spazzatura”, che punta alla sensibilizzazione dei bambini delle scuole elementari.

Pensiamo poi alle campagne lanciate da Expo 2015, in collaborazione con la catena di supermercato Sisa e con la Rai, incentrate anch’esse sulla riduzione della quantità di cibo buttato a scuola.

A giugno, infine, anche il Ministero dell’Ambiente si è mosso, lanciando il PINPAS – Piano Nazionale di Prevenzione degli Sprechi Alimentari, che ha redatto le 10 “azioni prioritarie” per combattere il fenomeno.

(Foto: Us Department of Education)

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