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L’inquinamento aumenta il rischio di parti prematuri?

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Inquinamento ambientale: quanto incide sui parti prematuri, mettendo a rischio la salute delle madri e dei nascituri? Ecco alcune risposte.

Ogni anno, negli Stati Uniti, si verificano circa 16mila parti prematuri a causa dell’inquinamento dell’aria. Questo genera un impatto economico superiore ai 4 miliardi di dollari, dovuti in parte al numero di ricoveri ospedalieri e medicinali utilizzati e, in parte, alla perdita in produttività economica causata da disabilità fisiche e mentali collegate alle nascite premature.

Il nesso tra l’inquinamento e i parti prematuri, secondo gli scienziati, sarebbe dovuto all’aumento di alcune componenti chimiche tossiche nel sangue. Questo può causare uno stress del sistema immunitario, indebolire la placenta e, quindi, portare alla nascita pretermine dei bambini.

Come spiega Leonardo Trasande, principale autore dello studio: “Il costo dell’aria inquinata è tremendo, non solo in termini di vite umane ma anche per l’impatto economico sulla società“.

Un effetto che potrebbe essere almeno ridotto, limitando le emissioni delle auto e delle centrali elettriche a carbone.

Un altro studio, condotto nel 2014 dalla University of Texas Medical Branch a Galveston, ha analizzato l’invecchiamento precoce e innaturale della placenta causato da fattori esterni come lo stress ossidativo indotto.

Lo stress ossidativo può essere indotto da tossine ambientali e inquinamento, presenti in alte percentuali, in particolari zone della città. Cattiva alimentazione, infezioni, fumo, alcol, sono tutti elementi che vanno ad aggiungersi all’aria poco salubre che siamo costretti a respirare ogni giorno.

L’organismo è in grado di gestire i danni causati dallo stress ossidativo, ma solo fino a un certo punto. Quando questo diventa travolgente, può innescare un veloce invecchiamento della placenta che, a sua volta, dà origine ai parti prematuri.

Neanche supplementi antiossidanti assunti durante la gravidanza possono ridurre questo fenomeno.




Come afferma il dott. Menon, professore presso il Dipartimento UTMB di Ostetricia e Ginecologia e ricercatore principale dello studio: “Con più di 15 milioni di gravidanze in tutto il mondo che finiscono con nascite pretermine, ora possiamo andare avanti a scoprire come queste informazioni possono portare a strategie di intervento migliori per ridurre il rischio di parto prematuro“.

Ma gli effetti dell’inquinamento non si riducono a questo. Essi, infatti, influiscono anche nella formazione dell’organismo del nascituro, un concetto che è stato ampiamente ribadito da Antonella Litta referente dell’Associazione italiana medici per l’ambiente-Isde (International Society of Doctors for the Environment) di Viterbo, durante una delle sue relazioni sul tema “Inquinamento ambientale e alimentazione: quali rischi per la salute dei bambini?”.

Secondo Litta, gli organismi in formazione con un sistema immunitario, metabolico e respiratorio ancora in fase di sviluppo e completa specializzazione sono di gran lunga quelli maggiormente esposti agli effetti dell’inquinamento ambientale.

Le complicazioni sono varie: si va dalle allergie, fino alle malattie respiratorie, irritazioni oculari, l’accumulo di piombo nel sangue dei più piccoli, il rischio di autismo per gli embrioni esposti ad alte concentrazioni di inquinanti.

Una teoria confermata da diverse ricerche scientifiche, non ultima quella effettuata da un gruppo di ricerca dell’Università di Harvard, che ha evidenziato come vivere la gravidanza in città inquinate sia pericoloso sia per le madri che per i feti. Si parla di un raddoppio dei rischi di avere un bambino autistico.

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