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Mercurio nel pesce: quali i rischi e gli esemplari che ne contengono di più

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mercurio nel pesce

In questi ultimi anni si sta sempre più parlando del rischio di mercurio nel pesce di grande taglia, come tonno e pesce spada.

Accanto a segnalazioni e ritiri di lotti dal mercato, sono diversi i pareri degli esperti che mettono in guardia soprattutto le donne incinte sul consumo di pesce.

Insomma, quale pesce si può mangiare? Bizzarro, visto che gran parte dei nutrizionisti suggerisce di mangiare questo alimento almeno un paio di volte la settimana, per il suo contenuto di omega 3.

L’assimilazione cronica da parte dell’organismo di metilmercurio è estremamente dannosa per la salute. Tra i sintomi più comuni derivanti dall’accumulo di queste sostanze troviamo: alterazioni della funzionalità renale, problemi motori, danni alla memoria.

Le diverse indagini effettuate al fine di individuare le tipologie di pesce che contengono la più alta concentrazione di questo metallo hanno consentito di mettere in guardia i consumatori, dandogli gli strumenti per scegliere i prodotti più sicuri e anche più sostenibili.

Eppure le etichette non riporterebbero tutti gli elementi necessari per una corretta selezione dei prodotti. Secondo uno studio condotto dall’Università delle Hawaii a Mānoa, il pesce di una stessa specie, ma di diversa provenienza, può avere livelli di pericolosità diversi. Questo è un dettaglio che, ad esempio, non è specificato nelle etichette.

Secondo il dott. Peter B. Marko, biologo e autore principale dello studio pubblicato sulla rivista scientifica PLoS One, “I consumatori dovrebbero poter contare sulle etichette per proteggersi dall’esposizione malsana al mercurio. Una errata etichettatura distorce la reale abbondanza di pesci nel mare, froda i consumatori, e può causare l’esposizione indesiderata a sostanze inquinanti nocive come il mercurio”.

La ricerca relativa al mercurio nel pesce si è concentrata sullo studio di due tipi di branzino, uno certificato e l’altro no.

Sulla base dei campioni raccolti, sono state evidenziate differenze sostanziali nella presenza di mercurio nel pesce, dipendenti dall’area di provenienza. I ricercatori hanno concluso che, se è vero che oggi c’è molta informazione su quali specie contengano minori o maggiori livelli di mercurio, ancora poco si sa sulle concentrazioni di metallo e sulla relazione alle diverse aree geografiche.

Secondo Marko, i consumatori dovrebbero informarsi anche sulla presenza di inquinanti nell’area geografica di pesca, “poiché l’accumulo di mercurio varia a seconda dell’area geografica di pesca, in base a una serie di fattori ambientali, la posizione in cui il pesce è stato pescato conta molto”.

La principale via di esposizione umana al metilmercurio avviene proprio attraverso il consumo di grandi pesci predatori marini, ma anche di balene e delfini.

Gli effetti sull’uomo includono, come abbiamo spiegato prima, danni al sistema nervoso centrale, al cuore e al sistema immunitario. Purtroppo, però, anche il cervello in via di sviluppo dei feti e dei bambini è particolarmente vulnerabile e quindi a rischio.

Per questo, negli ultimi giorni, la rivista Consumer Reports ha sottolineato la necessità di evitare in gravidanza non solo il tonno, ma anche pesce spada e lo sgombro.

Esprimendo in questo modo un parere opposto a quello della FDA (Food and Drug Administration), che invece considera questi alimenti sicuri per tutti, donne incinte e bambini compresi.

Se la necessità di consumare questi alimenti è legata solo all’apporto di Omega 3 che danno, è bene sapere che queste sostanze possono essere reperite in maniera valida anche in altri cibi, come semi, noci e olio di lino.

Se però proprio non si riesce a rinunciare a questo alimento, è meglio scegliere quelli che contengono livelli più bassi di mercurio nel pesce come salmone, trota e sogliola.

(Foto: Esempio di livelli di mercurio nel pesce del Pacifico)

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