Home Prodotti naturali Il costo dell’agricoltura: biologico VS coltivazioni intensive

Il costo dell’agricoltura: biologico VS coltivazioni intensive

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In questi ultimi anni il dibattito sui benefici derivanti da un tipo di agricoltura biologica, in sostituzione di quella intensiva, sta diventando sempre più acceso. Nel tempo, l’incremento dei consumi e della domanda ha portato alla necessità di un’intensificazione dei raccolti, a discapito della salute del terreno e dell’ambiente in generale.

Le aziende, infatti, nella corsa alla produzione hanno creato sostanze di laboratorio per irrorare i campi e nutrire gli animali. Fertilizzanti, ormoni, pesticidi, sono tutte sostanze che, a fronte di un aumento di profitto, hanno generato importanti conseguenze per l’uomo e l’ambiente. In un contesto del genere, hanno guadagnato ancora più spazio grandi multinazionali produttrici di sementi geneticamente modificate, create con la pretesa di ridurre la dipendenza dai pesticidi.

Tuttavia, secondo quanto riportato da Greenpeace, “l’ingegneria genetica pur rappresentando la massima espressione dell’agricoltura industrializzata è tuttavia ben lontana dal poterci liberare del problema relativo alla dipendenza da sostanze chimiche. Il 70% dei semi modificati geneticamente sono stati resi dipendenti all’uso di erbicidi prodotti dalle stesse aziende agro-chimiche”.

Pensiamo ad esempio ad aziende come la Monsanto, la Novartis, l’Aventis, che hanno creato un vero e proprio impero, capace di assoggettare le piccole aziende agricole a politiche di mercato meschine ed egemoniche.

In Italia è in corso un acceso dibattito tra gli agricoltori che hanno scelto un tipo di coltivazione biologica e quelli che, invece, lottano per portare nel nostro Paese sementi come il Mon810. Le motivazioni che spingono a rigettare le piante geneticamente manipolate riguardano soprattutto la salvaguardia della diversità delle specie autoctone che potrebbero essere invece “ingoiate” da quelle ogm.

Visto che le piante geneticamente modificate sono degli organismi viventi, come tali esse si moltiplicano, si incrociano, subiscono mutamenti, adattandosi a nuove condizioni ambientali e combattendo per la loro sopravvivenza. In questo modo, contaminano e pregiudicano le coltivazioni biologiche limitrofe, privandoci di una delle più grandi risorse economiche e alimentari presenti in Italia: la specificità (oltre che naturalmente la genuinità dei prodotti).

Come affermato dal presidente di Bologna Fiere Duccio Campagnoli, durante il Sana, il Salone Internazionale del Biologico e del Naturale, “Biologico e naturale rappresentano una grande opportunità per l’Italia. Le colture intensive non sono il nostro asset competitivo in un mondo globalizzato, mentre il nostro straordinario patrimonio di biodiversità è una risorsa preziosa. Nutrire il pianeta non significa solo dar da mangiare alle persone, ma anche sostenere gli ecosistemi”.

L’agricoltura biologica, al contrario dell’agricoltura intensiva, non si pone in contrapposizione ai normali processi naturali. Fa affidamento, infatti, a una sana gestione delle risorse offerte dall’ambiente, offrendo cibo sano e sostenibile.



Senza far uso di pesticidi o fertilizzanti chimici di sintesi, diminuisce il problema dell’inquinamento di aria e acqua, mantenendo il terreno nutrito, anche attraverso la tecnica della rotazione delle colture. Un tipo di agricoltura concepita in questo modo rispetta quello che è la peculiarità del nostro paesaggio, caratterizzato da macchie e boschi, cespugli, frutteti, fattorie, prati, con una gran varietà di piante.

Gli standard dell’agricoltura biologica mantengono intatti gli habitat naturali, contribuendo alla conservazione della fauna selvatica.

Non solo, ultimamente, il settore biologico è stato interessato anche da un incremento dell’occupazione.

Secondo i dati forniti da Landmaking, da Promoverde e dal Cnr- Irpps, il mercato del bio è in controtendenza rispetto all’economia nazionale, “e potrebbe aumentare il fatturato del 120%, nei prossimi 10 anni. Già oggi, a livello globale, il mercato del biologico si avvicina ai 50 miliardi di euro. Mentre in Italia ai 3 miliardi di euro di fatturato del bio si aggiungono i ricavi del florovivaismo (3,5 miliardi alla produzione, 20 miliardi tra commercializzazione e indotto), del legno per arredi ed edilizia (30 miliardi, 40 con l’indotto), della manutenzione di verde urbano, giardini e impianti sportivi (5 miliardi), dei materiali e dei macchinari (muletti, gru, impianti irrigui, concimi, terriccio per un valore di 20 miliardi)”.

Chiave fondamentale dell’agricoltura biologica è privilegiare il piano locale nell’economia delle risorse alimentari, attuando politiche di produzione e distribuzione a livello regionale. Piani che possono portare a un aumento sia a livello di occupazione che di consumo alimentare.

Come riportato da Greenpeace: “un recente studio effettuato negli Stati Uniti e pubblicato su Nature, ha mostrato come su un periodo di dieci anni, la differenza in termini di produttività tra agricoltura industriale e biologica del mais sia stata solamente dell’1%. I sistemi di produzione biologica hanno sempre significativi vantaggi a lungo termine. La fertilità del suolo coltivato biologicamente vede un notevole incremento, mentre declina pesantemente con una gestione di tipo convenzionale. Altro aspetto negativo del sistema agricolo industriale è la significativa percentuale di fertilizzanti chimici che finiscono nella falda acquifera”.

(Foto: Jay & Melissa Malouin)

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