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Sblocca Italia: gli interessi che vanno oltre il buonsenso. Presadiretta e le trivelle che minacciano l’Italia

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Abbiamo parlato diverse volte dello Sblocca Italia. In particolare, abbiamo visto di come all’interno di questa legge siano presenti delle norme che potrebbero semplificare le concessioni da parte del Ministero per operazioni di ricerca ed estrazione idrocarburi.

Ma quanto costa all’Italia la sburocratizzazione del Paese in tema di oro nero?

Una risposta, parziale, ha provato a darla la trasmissione PRESADIRETTA, che lo scorso 22 febbraio ha disegnato un quadro abbastanza chiaro di come la situazione potrebbe cambiare in alcune delle regioni italiane che tanto fanno gola alle multinazionali petrolifere.

Per capire meglio il quadro di riferimento, è necessaria una premessa: l’art. 38 dello Sblocca Italia prevede, tra le altre cose, di applicare procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi e trasferisce d’autorità le VIA sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente. In poche parole, le trivellazioni per la ricerca ed estrazione di petrolio e gas vengono considerate di interesse strategico e pubblica utilità, per questo, il potere decisionale delle concessioni passa in mano al Governo, senza che cittadini, Comuni e Regioni possano far altro per impedire alle grandi compagnie petrolifere di trivellare i propri territori.

Una delle prime regioni che potrebbe essere interessata dalle agevolazioni imposte dalla norma è la Basilicata. La Basilicata fornisce l’80% del petrolio italiano. In questa regione è presente l’impianto di stoccaggio e trattamento di idrocarburi più grande d’Europa.

Una regione piccolissima che, però, fa gola a molti: con lo Sblocca Italia, infatti, le aree interessate da estrazioni petrolifere potrebbero arrivare a coprire circa il 77% del territorio lucano.

sblocca italia_trivelle

Qui si estrae petrolio da circa 25 anni. A fronte di rischi ambientali e di salute per i cittadini, però, le ricadute in termini occupazionali non sono così alte come si pensa.

In questa piccola regione, sono molti i sindaci che hanno criticato lo Sblocca Italia che di fatti esautora le amministrazioni dalla possibilità di prendere decisioni in merito alle estrazioni, ai pericoli e a tutto ciò che riguarda il petrolio.

Un esempio dell’impatto che il lavoro di estrazione e trattamento di petrolio può avere sull’ambiente è dato dalle recenti analisi che sono state fatte in prossimità dell’invaso del Pertusillo, dove da tempo si parla di carpe morte, di acque eutrofizzate e è stata denunciata la presenza nelle acque di elevate concentrazioni di idrocarburi totali.

Ma non è tutto.

L’attività di estrazione del petrolio è da sempre collegata all’utilizzo di acqua che è parte integrante del suo ciclo di produzione. Serve quando si scava il pozzo, viene mischiata a emulsioni e solventi per lavare le rocce, fuoriesce insieme al petrolio dai pozzi.

Le acque di produzione contengono composti spesso tossici che devono essere smaltiti. Le quantità prodotte non sono irrisorie: basti pensare che ogni litro di petrolio prodotto richiede 8 litri di acqua.

Ma dove vanno a finire queste acque di produzione?

In parte, vengono reiniettate ne territorio, in parte vengono trasportate tramite autobotti e smaltite in impianti di trattamento. Il pozzo Costa Molina 2 serve proprio a questo, ad accogliere e accompagnare negli strati profondi del sottosuolo queste acque di produzione.

A causa del processo di aumento e diminuzione delle pressioni interne, però, i pozzi hanno molti problemi di tenuta, col rischio di far disperdere questi fluidi nell’ambiente e in acqua. Un processo non controllabile e che, secondo molti, avrebbe causato sversamenti nel lago Pertusillo, dove sono stati misurati livelli di idrocarburi pari a 6.4 milligrammi/litro quando il limite fissato per legge è di 0.0001.

Se consideriamo il fatto che la Basilicata è ritenuta il serbatoio dell’acqua potabile d’Italia, possiamo ben capire la gravità della situazione.

Sono già 7 le regioni italiane che hanno deciso di impugnare l’art. 38: Abruzzo, Campania, Lombardia, Marche, Puglia, Veneto e Calabria.

Altre, invece, appoggiano a spada tratta una legge che potrebbe costare caro ai loro cittadini e ai loro bellissimi paesaggi.


In Sicilia, si è verificato un vero e proprio assalto di richieste per ricerche e coltivazioni idrocarburi: 12 mila km² su una superficie totale di tutta l’isola che corrisponde a 25 mila km². Senza contare la presenza di vulcani sottomarini attivi e pockmark.

Ma i problemi non riguardano solo le concessioni italiane. Altre e diverse problematiche, infatti, sorgono ad esempio in Croazia, dove è prevista un’intensa campagna di perforazioni in Adriatico alla ricerca di petrolio.

È di gennaio scorso, ad esempio, la notizia che Eni si è aggiudicata una concessione per cercare petrolio nella parte meridionale del mare Adriatico. Concessione data dalla Croazia, ma che riguarda la ricerca di idrocarburi e lo sviluppo di impianti di estrazione su un’area di 12mila chilometri di metri quadrati di mare davanti alle coste pugliesi e abruzzesi.

Il mare Adriatico presenta però delle particolari criticità, essendo un mare praticamente chiuso dove il ricircolo delle acque è ridotto al minimo e dove un qualsiasi tipo di incidente, anche di lieve entità, potrebbe creare danni ambientali elevati.

Ritornando allo Sblocca Italia, contro questa legge si è mosso anche, abbiamo visto, un  gruppo di studiosi che ha scritto una lettera d’appello al governo. Lettera in cui si sottolinea come: non solo la strategia energetica del governo sia vecchia di 60 anni, ma come quelle riserve di gas e petrolio tanto decantate dal premier basteranno solo a coprire 3 anni del fabbisogno energetico italiano. Altro che indipendenza economica.

L’inchiesta di PRESADIRETTA ha raccolto anche la storia di un’opera che aspetta da 50 anni di essere completata, un canale navigabile tra Padova e Venezia. Se ultimato, potrebbe proteggere una zona ad alto rischio dalle alluvioni, dare impulso al turismo sulle vie d’acqua e togliere traffico merci dalle autostrade.

Mancano solo 13 chilometri da scavare, ma dopo 50 anni e 55 miliardi di vecchie lire, il canale è ancora incompiuto. Ma, a quanto pare, il buon senso spesso si ferma dinanzi agli interessi economici delle grandi multinazionali. Eppure, quando si parla di salute e ambiente non bisognerebbe mai andare di fretta, perché poi se succede qualcosa di grave, un semplice “scusa” non può bastare, visto che in gioco ci sono le vite dei cittadini.

Potete rivedere la puntata intera di PRESADIRETTA a questo link: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-63cd53c1-7b8e-4042-ba4c-b456911cf2c3.html#p=0

(Foto in evidenza: wikimedia; foto interna: middleeastmonitor.com)

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