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Mediterraneo tra i mari più inquinati: colpa della plastica

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Il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo

Mar Mediterraneo tra i più inquinati al mondo: il problema sono plastiche e idrocarburi. Le soluzioni ci sono, ma siamo disposti a investire?

Il Mediterraneo è tra i mari più inquinati al mondo, a causa dell’assurda quantità di plastica che vi galleggia. È questa la sconfortante conclusione a cui è giunto l’ottavo Forum Internazionale sull’Economia dei Rifiuti. L’evento, promosso da PoliEco, si è tenuto a Ischia, al largo delle coste napoletane. La colpa del disastro? La plastica, come al solito.

Delle 300 milioni di tonnellate di plastica prodotti annualmente, ben 8 milioni finiscono in mare. Con un impatto devastante per la salute umana. Sono queste le stime snocciolate da Silvestro Greco, consulente scientifico presso il Ministero dell’Ambiente. Anche se è uno dei mari più piccoli al mondo, inoltre, il Mediterraneo supporta circa il 30% del traffico di idrocarburi globale. Questi due fattori lo rendono uno dei mari più inquinati al mondo.

Le soluzioni

Non è comunque il caso di disperare. A Ischia, infatti, sono state proposte anche soluzioni concrete.

È il caso per esempio di Sintol, una startup nata nel 2015 all’interno del Politecnico di Torino. Gian Claudio Faussone ne ha spiegato gli obiettivi. L’idea è di realizzare un impianto che trasformi i residui plastici in carburanti a basso impatto ambientale. Si tratta di uno dei filoni più promettenti della green economy, su cui gli startupper stanno scommettendo molto.

In secondo luogo, anche Cristina Fossi, docente di Ecologia ed Ecotossicologia dell’Università di Siena, ha illustrato un progetto per ripulire i mari. Si chiama Plastic Buster e sfrutta le competenze di cui l’Ateneo è già leader. In particolare, l’università è specializzata nella stima delle quantità, delle fonti, dei percorsi, della distribuzione e delle aree di convergenza dei rifiuti.




Il marine litter, in particolare i rifiuti di plastica, – ha dichiarato Fossi – ha raggiunto anche gli ecosistemi più remoti”. Con questa espressione, marine litter, si indica l’insieme dei rifiuti solidi in mare. Secondo la docente, questa valanga di spazzatura si è riversata “sugli ambienti costieri, ma anche nel fondo marino sotto forma di piccoli detriti plastici che, venendo a contatto con la fauna ittica, possono essere anche molto dannosi per la salute umana”. Ed è qui che entra in campo Plastic Busters, con la sua azione di monitoraggio della salute degli animali e delle acque del Mediterraneo.

Alessandra Nasti, rappresentante di Federcoopesca, ha infine illustrato l’esperienza delle cooperative della pesca nel promuovere lo smaltimento dei rifiuti raccolti in mare. Bisognerebbe implementare questo impegno su vasta scala, secondo Nasti, supportando e incentivando i pescatori a essere i primi ‘guardiani’ del benessere marino. Servirebbe poi dar loro gli strumenti necessari a smaltire correttamente i rifiuti raccolti nelle reti e le reti stesse.

L’Italia non fa abbastanza

Secondo Vito Felice Uricchio, direttore dell’Istituto di Ricerca sulle Acque, la salute dei mari parte dalla produzione stessa dei rifiuti. Una produzione che andrebbe – finalmente – scoraggiata. “Qualsiasi rifiuto, anche quello ad esempio abbandonato sulle Alpi, prima o poi arriva al mare”, ha sottolineato. Un problema quindi, che richiede “un impegno totale da parte di tutti”. Impegno sinora carente.

Come sottolinea Rosario Trefiletti, rappresentante di Federconsumatori all’evento, non facciamo abbastanza in termini di ricerca ed educazione ambientale. “L’Italia”, ha dichiarato, “investe decisamente molto poco nella ricerca, preferendo semmai comprare un M16 in più. È fondamentale agire anche all’interno del sistema scolastico, facendo in modo che l’educazione ambientale inizi in tenera età. Solo così si potrà centrare l’obiettivo di realizzare un pacchetto intelligente che guardi allo sviluppo sostenibile“.

Foto: MAHM on Flickr

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