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Centrali a biomasse: sono davvero sostenibili?

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Secondo il rapporto 2014 dell’Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile (Irena), le biomasse, se ben sfruttate, potrebbero arrivare a rappresentare il 60% del consumo di energie rinnovabili entro il 2030, pari al 20% del consumo energetico complessivo della Terra. Ma siamo sicuri che le biomasse, o per meglio intenderci, le centrali a biomasse, possano essere veramente considerate “sostenibili”?

Biomassa è un termine che ingloba in sé una grossa quantità di materiali di natura eterogenea: dai residui delle coltivazioni destinate all’alimentazione umana o animale, alle piante coltivate esclusivamente per scopi energetici, dai residui forestali, agli scarti delle aziende zootecniche.

Anche gli utilizzi delle biomasse sono vari: possono servire semplicemente a produrre calore, essere utilizzate per generare carburanti alternativi o elettricità.

Esistono a tal proposito diverse tipologie di impianti a uso energetico che fanno ricorso alle biomasse:

  • impianti per la produzione di biocarburanti (bioetanolo e biodiesel);
  • impianti per la produzione di biogas da bruciare in centrali a gas, ottenendo calore e/o energia elettrica;
  • impianti per produrre calore e/o energia elettrica dalla combustione di biomasse solide (legna, paglia, ecc.) o liquide (oli di origine vegetale, come soia, girasole, colza, palma, ecc.);
  • impianti di gassificazione (mediante dissociazione molecolare per produrre “syngas”) delle biomasse e successiva combustione del syngas.

Per poter essere definite “fonti rinnovabili” è necessario che l’energia prodotta dagli impianti si riproduca nel tempo e nello spazio in cui viene utilizzata: per intenderci, ad esempio, non è rinnovabile la deforestazione del Sud del mondo o il disboscamento delle montagne operato al fine di produrre energia.

In linea di principio, delle centrali a biomasse che sfruttino materiali prodotti a km 0 potrebbero consentire di eliminare rifiuti derivanti dalle attività umane, generando energia e riducendo la dipendenza dalle fonti fossili. In linea di principio, appunto.

Burning Wood Pellets. Wood pellets are a type of wood fuel.

Come abbiamo visto qualche tempo fa, in una delle sue puntate, Report poneva attenzione proprio su alcuni interrogativi inerenti l’effettivo bisogno, in Italia, di costruire centrali a biomasse.

Negli ultimi anni, si evidenziava nel servizio, le centrali sono sorte come funghi perché, oltre a produrre energia alternativa, esiste tutto un business alimentato in parte dagli incentivi e in parte da un uso speculativo del prodotto che alimenta gli impianti.

Oltre ai dubbi inerenti al business che avvolge il “mondo delle biomasse”, in quell’occasione riprendevamo anche alcune delle preoccupazioni, espresse da medici, WWF e associazioni ambientaliste, sul rilascio nell’atmosfera di polveri sottili dovute appunto all’attività delle centrali a biomasse.

Gli impianti produrrebbero infatti:

  • elevate concentrazioni di polveri sottili e ultrasottili generate dalla combustione di biomasse in impianti per uso domestico e industriale;
  • la presenza non trascurabile, nelle polveri, di inquinanti organici quali idrocarburi policiclici aromatici e diossine;
  • la presenza di IPA e diossine nelle ceneri e la conseguente problematicità di un uso agricolo di tali ceneri.

Le centrali a biomasse funzionano per combustione, trasformando la materia prima in calore e/o energia. Le centrali a biogas funzionano attraverso un processo di fermentazione-digestione-metanizzazione, trasformando la materia prima attraverso la “digestione anaerobica” in gas.

Come dicevamo all’inizio del nostro articolo, gli impianti che utilizzano le biomasse hanno in sé, è vero, diverse potenzialità, ma suscitano anche numerose preoccupazioni in merito alla sostenibilità ambientale e ai rischi legati alle emissioni.

Un impianto alimentato almeno in parte con prodotti agricoli consuma terreno, togliendolo alla produzione di cibo. In un contesto in cui ci sono popolazioni che muoiono di fame, “bruciare” cibo non è esattamente una scelta etica.

Un cogeneratore di 1MW elettrico brucia circa 15-20mila tonnellate di materiale ogni anno. Biomassa che non per forza è prodotta nell’ambito di pochi chilometri.

I problemi collegati a un impianto del genere potranno dunque essere:

  • odori
  • mezzi di trasporto (traffico e inquinamento)
  • rumori
  • emissioni in atmosfera
  • scarti e rifiuti (del biodigestore e dell’impianto di combustione del biogas)
  • collegamento alla rete e campi elettromagnetici.

Gli odori possono derivare dal trasporto, movimentazione e stoccaggio di pollina e del digestato ma anche di insilati.

Il rumore, di solito, non è trascurabile e va verificato se questo è compatibile con le caratteristiche del territorio comunale.

Le emissioni in atmosfera sono deducibili dai dati forniti da chi propone impianti di taglia sotto 1 MW. In linea generale, possono attestarti a questi dati:

  • COT (composti organici totali, compresi composti cancerogeni) 1,2 ton/anno
  • CO (monossido di carbonio) 6 ton/anno
  • NO2 (diossido di azoto) 3 ton/anno
  • SO2 (diossido di zolfo) 6,7 ton/anno
  • HCl (acido cloridrico) 1,2 quintali/anno.

Mancano, in questo elenco, altri inquinanti, come, in particolare, le polveri, ma anche ozono e diossine.



A queste emissioni vanno aggiunte quelle dei mezzi di trasporto. Vanno poi considerati gli scarti e i rifiuti prodotti dal biodigestore e da varie parti della centrale energetica.

Per quanto riguarda gli impianti per produrre calore e/o energia elettrica dalla combustione di biomasse solide, dobbiamo ricordare che si tratta di un processo analogo a quello di un inceneritore.

Gli impianti per produrre calore e/o energia elettrica dalla combustione di biomasse liquide, invece, sono costituiti da motori marini che anziché funzionare a gasolio o olio combustibile di origine fossile, utilizzano oli vegetali. È quasi impossibile approvvigionarsi di oli vegetali in prossimità della centrale, una delle condizioni utili a valutarne la sostenibilità. In questi casi, gran parte del combustibile è rappresentato da olio di palma, di cui abbiamo già ampiamente parlato e che sostenibile di sicuro non è.

 

Sulla sostenibilità dell’utilizzo delle biomasse sia dal punto di vista energetico che da quello ambientale sono vari i dubbi.

Per poter capire se un impianto possa essere sostenibile da un punto di vista ecologico, sociale, economico, si deve considerare tutto il ciclo produttivo: dalla materia prima, ad esempio dalla coltivazione (semi, fertilizzazione, pesticidi, macchinari, biodiversità, emissioni di CO2 legate alla coltivazione e ai rifiuti, ad ogni stadio) alla trasformazione (comprensiva di trasporto e stoccaggio), fino al consumo finale, tenendo conto delle emissioni prodotte e delle polveri rilasciate nell’aria.

Il bilancio energetico di una coltura energetica deve evidentemente produrre più energia di quanta sia servita durante l’intero processo, e questo non è scontato.

 

Per approfondire: NOTE SULLE BIOMASSE

 

(Foto in evidenza: cleanenergyresourceteams; foto interna: vdi.eu)

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