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Amazzonia: ucciso Eusebio, leader degli indigeni che proteggono la foresta

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Domenica scorsa, secondo quanto riferito da Greenpeace, Eusebio, uno dei leader degli indigeni Ka’apor dell’Alto Turiaçu, nello stato brasiliano del Maranhão, è stato assassinato. Sembra che l’uomo sia stato ucciso durante un agguato, da due uomini incappucciati in sella a una moto, presumibilmente taglialegna illegali, che lo avrebbero colpito alla schiena.

Eusebio sarebbe morto due ore dopo l’agguato.

Un episodio che non fa altro che sottolineare l’estrema solitudine nella quale gli indigeni dello stato brasiliano versano, nel tentativo di proteggere i luoghi in cui vivono.

Non è la prima volta che i Ka’apor denunciano alle autorità di aver ricevuto minacce dalle imprese responsabili della deforestazione. Eppure, continuano a essere soli nella loro battaglia che interessa da vicino tutti noi.

Carregamento de madeira em Itinga do Maranhão. Caminhão sem placa levanta suspeitas de carga ilegal. (©Greenpeace/Ismar Ingber/Tyba)
Carregamento de madeira em Itinga do Maranhão. Caminhão sem placa levanta suspeitas de carga ilegal. (©Greenpeace/Ismar Ingber/Tyba)

Come riportato dalle agenzie di stampa, dal 2008 almeno, secondo quanto afferma Greenpeace, gli indigeni dello stato brasiliano del Maranhão “chiedono interventi contro il taglio illegale, ma sono state condotte solo sporadiche operazioni e non appena gli ispettori se ne sono andati l’attività criminale è ripresa. A partire dal 2013, stanchi di aspettare l’intervento del governo, i Ka’apor hanno iniziato un monitoraggio indipendente delle foreste, cacciando le aziende coinvolte nel taglio illegale, ottenendo in cambio rappresaglie, minacce e persecuzioni“.

L’Amazzonia maranhense è un territorio ancora in larga parte incontaminato, che da tempo è entrato nel mirino dei disboscatori illegali.  L’assassinio di Eusébio è soltanto la punta dell’iceberg di una situazione che potrebbe peggiorare, considerato anche il disinteresse con cui le autorità locali sembrano occuparsene.

L’uomo era un leader importante nella lotta contro il disboscamento illegale nella Terra Indigena e membro del consiglio di amministrazione Ka’apor.

Madalena Borges, del Consiglio Missionario Indigeno di Maranhão, ha così spiegato la situazione di quella fetta di terra, così importante, ma così abbandonata: “I Ka’apor cercano di difendere il loro territorio, ma sono soli, senza sostegno da parte del governo, che dovrebbe impegnarsi invece a far rispettare la legge”.


L’industria del legname in Amazzonia è fuori controllo, come Greenpeace ha denunciato più volte. E la deforestazione procede a passi da gigante. Come abbiamo visto nel novembre scorso, infatti, secondo i dati dell’organizzazione no profit Imazon, aggiornati al settembre del 2014, in un anno, sono stati rasi al suolo 402 km quadrati in più di foresta da destinare ad altro uso, pari a una crescita del 290%. Negli ultimi 50 anni, come hanno più volte denunciato le varie organizzazioni ambientaliste, la foresta ha perso un quinto della sua superficie.

Secondo Chiara Campione, responsabile campagna foreste di Greenpeace Italia: “Quello che incoraggia le imprese a rubare il legname dalle terre indigene è il fatto che la refurtiva possa facilmente essere spacciata per prodotto legale e venduta, anche sul mercato internazionale, senza problemi. Questo genera conflitti sociali e talvolta persino omicidi”.

La terra indigena dell’Alto Turiaçu, ad esempio, nonostante gli sforzi di chi vi abita per proteggerla, ha perso dal 2012 ad oggi 44 mila ettari di foreste (8 per cento dell’area) ed è la quinta zona indigena più colpita dalla deforestazione in Amazzonia. Una cosa che forse, a qualcuno, fa comodo dimenticare.

(Foto in evidenza: c402277.ssl.cf1.rackcdn.com; foto interna: greenpeaceblogs)

1 COMMENTO

  1. La ricompensa per chi uccide l’ambiente nn sara’ una semplice ammenda-
    Se la pena e’ proporzionale alla colpa nn oso immaginare il castigo.

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