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Multinazionali alimentari nascondono i dati sulle emissioni inquinanti: la ricerca

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Multinazionali alimentari

Cosa hanno da nascondere? Una nuova ricerca mette in evidenza le gravi responsabilità delle multinazionali alimentari nell’emergenza ambientale che stiamo vivendo.

Secondo lo studio, spesso tali aziende non diffondono dati sulle proprie emissioni inquinanti, sulla deforestazione operata a causa loro e su altre importanti questioni sanitarie, come la resistenza antibioticaLo racconta il Guardian.

Un indice per misurare l’impatto ambientale delle multinazionali alimentari

Tra le multinazionali alimentari che producono carne e pesce il 72% (quasi tre su quattro) non dichiarano i propri dati sulle emissioni. Oppure non li misurano affatto.

Lo dice il Coller FAIRR ProteinProducers Index, un indice che esamina gli impegni ambientali e sociali di 60 produttori mondiali di proteine (carne, pesce, latte e derivati). FAIRR (Farm AnimalInvestmentRisk and Return) è un’iniziativa dell’investitore Jeremy Coller, che punta a ridurre il gap informativo sull’impatto ambientale delle grandi multinazionali alimentari.

Il report con cui viene presentato l’Indice spiega che la reticenza di queste grosse aziende “mette a repentaglio l’implementazione degli accordi di Parigi”. Malgrado infatti i produttori non sembrino interessati a ridurre il proprio impatto sull’ambiente, gli allevamenti rappresentano il 14,5% di tutte le emissioni di gas serra immesse nell’ambiente.

Sarebbe dunque essenziale, per la salvaguardia del pianeta, che l’industria alimentare prendesse in considerazione con attenzione questi aspetti.

Molte delle multinazionali alimentari citate non sono note al grande pubblico. Ma i loro introiti arrivano a 300 miliardi di dollari e riforniscono aziende come McDonalds, Nestle e Danone. Un prodotto su cinque tra hamburger, bistecche e pesce, è prodotto da una delle 60 aziende citate nel report.

Il 60% delle multinazionali alimentare fallisce nei suoi obiettivi ambientali

Sono numerosi i rischi ambientali e sociali legati alla produzione di proteine animali. Dal benessere animale alla scarsità d’acqua. Dalla deforestazione alle condizioni dei lavoratori. Analizzando ciascuna di queste questioni, i ricercatori FAIRR hanno provato a misurare le performance ambientali e sociali delle multinazionali alimentari.

Complessivamente, il 60% di esse “non si preoccupa di gestire i rischi critici, oppure non rivela informazioni di base”. Una cortina di fumo si estende dunque intorno ai grossi produttori mondiali di alimenti.

«Una preoccupante carenza di dati esiste ancora riguardo le questioni ambientali, sociali e di governance. Questo malgrado il settore abbia una miriade di impatti sulla sostenibilità», si legge nel report.

Resistenza antibiotica e deforestazione

Non solo emissioni. I dati delle multinazionali alimentari sono carenti anche riguardo questioni di allarme sociale e ambientale come la resistenza antibiotica e la deforestazione.

Il report FAIRR sostiene che il 77% delle aziende del settore “ha attuato poche o nulle misure per ridurre l’uso eccessivo di antibiotici”.

Come spiega AbigailHerron di Aviva Investors:

«La nostra ricerca dimostra che tre aziende su quattro da noi analizzate ignorano gli allarmi da governi, medici e comunità finanziaria per gestire e ridurre l’uso degli antibiotici. Un fallimento che mette a rischio non solo la salute pubblica globale, ma anche i loro profitti».

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Altra importante questione su cui gli allevatori dovrebbero fare di più è la deforestazione. Una recente analisi di Forest 500 ha dimostrato che solo il 17% delle aziende del settore hanno delle regole per limitare il fenomeno.Allo stesso modo, l’Indice FAIRR sostiene che solo una su 24 aziende nel settore della produzione di carni e derivati del latte è a “basso rischio” sul fronte della deforestazione.

Eppure, è stato dimostrato che il settore è il principale responsabile per la distruzione delle foreste tropicali al mondo.

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Sharma: “Le multinazionali alimentari rispondano al pubblico”

ShefaliSharma, direttrice europea dello IATP (Institute for Agriculture and Trade policy), ha commentato i risultati della ricerca:

«È chiaro che le industrie della carne e dei prodotti lattiero-caseari sono rimaste fuori dallo scrutinio pubblico riguardo il loro significativo impatto sul clima. Affinché ciò cambi queste aziende devono essere ritenute responsabili per le proprie emissioni e avere una strategia di riduzione delle emissioni che sia credibile e verificabile».

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