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Il Mose è davvero la soluzione giusta? Fantasmi e dubbi su un opera da 5 miliardi e mezzo

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Si è fatto un gran parlare in questi giorni, tra polemiche e tesi a favore, dell’inaugurazione delle paratie del Mose, a Venezia.

Per quanti non ne fossero al corrente, il Mose, acronimo di Modulo sperimentale elettromeccanico, è il complesso di 78 paratie mobili progettate per intervenire in caso di alta marea alle tre bocche di porto Malamocco, Lido e Chioggia, per scongiurare il fenomeno dell’acqua alta nella città lagunare.

Sabato scorso, 4 di queste 78 paratie sono state testate davanti agli occhi del ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi e del presidente della regione Veneto, Zaia.

Il colossale progetto dura ormai da 10 anni e le migliori previsioni sono che l’opera venga completata nel 2016. Ma, come per ogni monumentale opera pubblica che interessa il nostro Paese, nel progetto ci sono moltissimi interrogativi che tingono l’opera di un intenso e preoccupante color noir.

Un velo di preoccupazione e di scetticismo su un’opera che prevede un costo finale stimato a 5 miliardi e 494 milioni di euro. Il Mose, intendiamoci, è all’80% della sua attuazione, ma per essere completato saranno necessari in brevissimo tempo altri 400 milioni di euro.

Un avvio turbolento

Partiamo da lontano. Intorno alla fine degli anni ‘80, si decide di realizzare un’opera che consenta di porre fine al fenomeno delle acque eccezionali, alte fino a 3 metri .

La proposta passa sotto il fuoco di non poche polemiche: il ministero dell’Ambiente inizialmente si oppone, perché, si giustifica, l’opera altera in modo grave e irreversibile l’ecosistema lagunare. Gli esperti internazionali approvano, così come anche  il ministro dei Lavori pubblici che ribadisce la bontà del progetto. Poi entra in scena il Tar che boccia il parere negativo del dicastero dell’Ambiente per vizi sostanziali.

Insomma, dopo circa 13 anni e un inizio segnato da un vero e proprio caos, si riesce ad arrivare a una soluzione e  ad aprile del 2003 arriva il via libero definitivo all’opera. Un inizio che, però, va avanti senza non poche difficoltà.

Nel 2001 il costo stimato per l’opera è di 1,8 miliardi. Nel 2003, il prezzo raddoppia.

Ad occuparsi del progetto, il Consorzio Venezia Nuova, esistente dal 1984 e coagulo delle maggiori imprese e cooperative di costruzioni, pensato, si legge, per assicurare un bilanciamento politico bipartisan.

Dal 1984, si legge su Il Fatto Quotidiano, grazie a una legge speciale, viene affidata al Consorzio la concessione di tutti gli interventi per la salvaguardia di Venezia, senza dunque prevedere gare d’appalto, né concorrenza.

Inchieste e guai giudiziari

Ciò che negli anni preoccupa chi si oppone alla realizzazione dell’opera è proprio questa cieca autorizzazione a spese e poteri straordinari, sciolti da ogni controllo, e necessari per portare avanti un’opera monumentale che potrebbe nascondere interessi e profitti illeciti.

Ecco, infatti, che a minare la credibilità del consorzio intervengono una serie di fatti eccezionali che turbano l’opinione pubblica e innescano una serie di inchieste e arresti:

  • Il 12 luglio scorso, a seguito di una vasta operazione condotta dalla Guardia di Finanza, l’ex presidente e direttore del Consorzio Venezia Nuova, la società che si occupa del progetto, viene arrestato, assieme ad altri dirigenti, con la principale accusa di turbativa d’asta. Secondo gli inquirenti, avrebbero creato fondi neri dalla destinazione ignota, aumentato il costo dei prodotti, spartito gli appalti tra imprese amiche.
  • Nel febbraio del 2013, avviene l’arresto per associazione a delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante emissione e utilizzo di fatture false dell’amministratore della Mantovani, una tra le principali ditte realizzatrici del Mose.
  • Appena qualche giorno fa, avviene l’arresto di due dirigenti dalla società fornitrice delle cerniere su cui sono agganciate le paratie, accusati di aver aiutato un clan mafioso ad aggiudicarsi finanziamenti pubblici e subappalti.

Naturalmente, tutte le accuse devono essere confermate, ma in un paradigma del genere, il terrore è che il costo di un’opera pubblica che nel corso degli anni è lievitato enormemente possa essere dovuto anche a manovre illecite e conti gonfiati per nascondere appropriazioni indebite di denaro. Anche se le inchieste in corso non toccano direttamente il Consorzio e il percorso di realizzazione dell’opera.

Incertezze ambientali e proposte alternative

Il malcontento legato alla realizzazione dell’opera del Mose è principalmente collegato a questi fatti, ma un peso importante è costituito anche dalle opinioni degli ambientalisti che lamentano l’impatto violento che l’opera avrà su un ecosistema così fragile: a partire dalla cementificazione dei delicati fondali lagunari, al rischio che il sistema non riesca poi effettivamente a fronteggiare l’emergenza dell’innalzamento delle maree. La soluzione Mose sarebbe sbagliata perché pensata come una struttura rigida all’interno di un contesto che invece è in continua evoluzione.

C’è infatti chi avrebbe preferito una serie di micro-interventi più ecosostenibili, come il contenimento delle maree con il rialzo dei fondali, o l’impiego di cassoni autoaffondanti rimovibili che avrebbero consentito di adattarsi rapidamente agli imprevisti e correggere gli errori in tempi brevi, a un costo decisamente minore di 5 miliardi e mezzo di euro.

Ma questa è un’altra storia.

Fonti:

(Foto: Jean-Pierre Dalbéra)

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