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Amaranto, quinoa e okra forse presto a km 0

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Si chiama “Nutrire la diversità” ed è un progetto triennale di sperimentazione colturale di ortaggi non comunitari che si svolge in aziende agricole lombarde.

L’obiettivo è quello di verificare la sostenibilità di far crescere in Italia colture non tipiche delle nostre zone.

Spiega Stefano Bocchi, agronomo dell’Università di Milano: “Per il momento stiamo valutando su cosa puntare. Si tratta di fare un’analisi di quale potrebbe essere l’impatto agro-ambientale delle colture, di valutare il sistema di produzione da utilizzare – se convenzionale, biologico o integrato – e capire dove e come procurarci le sementi”.

Secondo l’agronomo, la scelta iniziale su cosa coltivare potrebbe ricadere su cereali non graminacei, come amaranto e quinoa, sull’okra e su alcune crucifere.

La prima fase è stata caratterizzata da una sorta di censimento delle produzioni di ortaggi destinati a cittadini extracomunitari e già realizzate in Lombardia. L’analisi è stata effettuata mediante una ricerca svolta attraverso i mercati generali e comunali dei capoluoghi lombardi, le associazioni di imprenditori agricoli e le principali comunità di cittadini stranieri. In particolare, sembra che siano presenti in forma stabile 21 imprenditori agricoli non comunitari, provenienti per lo più da Bangladesh, Cina, Pakistan e India. Tra i prodotti più diffusi la korola, il coriandolo, l’okra e alcune varietà di cavoli orientali.

L’esigenza del progetto, stando a quanto affermato dai fautori, sarebbe nata dalla forte presenza in Lombardia di immigrati che  chiedono sempre più di poter disporre di prodotti freschi tipici delle culture d’origine ma non solo: sembra stia crescendo infatti anche il numero di cittadini italiani sempre più orientati verso il consumo di questo tipo di prodotti.

La questione cruciale sarà verificare se l’agricoltura lombarda ha effettivamente le potenzialità per rispondere a questa domanda, quanto e come le nostre terre riescono a rispondere a delle colture che non sono proprie e quanto siano sostenibili.

Il progetto potrebbe essere davvero interessante se si pensa, ad esempio, alla possibilità di diminuire le emissioni derivanti dai trasporti di questi prodotti dall’estero che incidono sull’ambiente, ma anche sul prodotto finale.

L’esigenza di avere prodotti freschi e sicuri, alimenti di qualità a prezzi accessibili perché provenienti da mercati vicini ai luoghi di produzione, interessa sempre più consumatori che prediligono il km 0, o la filiera corta. All’interno di questo fenomeno, però, i fautori del progetto ritengono che sembra essere assente la presa d’atto delle trasformazioni demografiche che le città stanno subendo, con l’aumento del numero dei cittadini extra europei e l’impossibilità per loro di avere prodotti, tipici della loro alimentazione, a kilometro zero.

In ambito agricolo alcuni imprenditori, italiani e non, hanno già avviato la produzione di prodotti ortofrutticoli freschi destinata a questo settore di popolazione.

L’obiettivo del progetto triennale sarà quello di sperimentare e avere già nella primavera-estate del 2014 qualche raccolto, per poi consentire di avere il grosso delle produzioni nel 2015, in contemporanea con l’Expo.

Al di là del vantaggio ambientale che si potrebbe avere diminuendo le emissioni di Co2 derivanti dai trasporti di prodotti esotici, è però necessario riuscire a capire quanto possano essere sostenibili per i nostri terreni delle coltivazioni di prodotti come la quinoa che, ad esempio, sembra richieda quantità importanti di acqua. Sulla quinoa, inoltre, in questi ultimi periodi è nato un ampio dibattito su come il successo di questo prodotto pare crei problemi alle popolazioni locali che, con l’aumento eccessivo dei prezzi e le colture intensive, sembrano vedersi espropriate di un alimento che gli ha permesso di sfamarsi per secoli.

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(Foto: Francisca Ulloa)

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