Home Ecoreati Cultura e paesaggi? Ci pensa il ddl Madia: per cementificare basterà un...

Cultura e paesaggi? Ci pensa il ddl Madia: per cementificare basterà un “silenzio-assenso”

1413
0
CONDIVIDI

“Solo case su case, catrame e cemento”: è questo lo scenario che si trova davanti il ragazzo della via Gluck, il mitico protagonista celebrato da Celentano nel 1966. Inutile dire che, all’epoca, il molleggiato ci aveva visto lungo. Alcuni articoli contenuti nel cosiddetto ddl Madia, la riforma della Pubblica Amministrazione attualmente in discussione, prevedono dei cambiamenti che se approvati lascerebbero mano libera a costruttori e cementificatori, per cambiare completamente il volto del nostro patrimonio paesaggistico e culturale senza tanti complimenti.

A spiegarne gli effetti, l’autore antimafia Giulio Cavalli. Il comma 3 dell’articolo 3 regola le richieste di una pubblica amministrazione fatte a una Soprintendenza per quanto riguarda interventi in aree sottoposte a vincolo paesaggistico o culturale: trascorsi 90 giorni, i richiedenti potranno operare anche senza il parere della Soprintendenza. Viene a introdursi così la pratica del “silenzio-assenso”: se i controllori non possono (per numero di richieste o per inadeguatezza di personale) dare un parere a tutte le richieste pervenute, gli uffici pubblici potranno regolarsi come meglio credono. “In pratica”, riassume Cavalli, “il vincolo ambientale ed artistico viene pericolosamente depotenziato in nome dell’efficientismo renziano che punta su una deregolamentazione piuttosto che su uno snellimento”.

Sulla riforma, che potrebbe dare via libera a colate di cemento anche laddove il buon senso lo vieterebbe, si è già elevato un coro di proteste unanimi.

Il Fai, Legambiente e il Wwf hanno emesso un comunicato congiunto in cui denunciano “una deriva irriflessiva e superficiale che tende a confondere le accelerazioni procedurali ei tagli indiscriminati delle funzioni pubbliche con il bene del Paese, mentre rischiano ancora una volta di essere favorite la prevalenza degli interessi particolari e l’opacità nei processi decisionali ed essere minata l’efficacia degli interventi di prevenzione e repressione in campo ambientale, con conseguenze negative per la cosa pubblica e il bene comune”.




Ma è lo stesso Consiglio superiore del Mibact (il ministero per i beni culturali) a lanciare l’allarme, definendo l’articolo come “uno strumento rozzo e pericoloso”, oltre che “una risposta sbagliata e inefficace per contrastare politiche corruttive”: “In un campo tanto delicato, come quello della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, è assolutamente necessaria una valutazione tecnica esplicita da parte degli uffici competenti, anche per ribadire l’esigenza di una loro responsabilizzazione in scelte così importanti per il patrimonio dell’intera comunità nazionale e mondiale”. Il ministro della cultura, Dario Franceschini, avrebbe più volte espresso il proprio pare contrario alla norma.

Anche alcuni intellettuali si sono schierati contro il ddl Madia e hanno lanciato un appello che è possibile firmare su change.org:Si tratta”, spiegano“del più grave attacco al sistema della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale mai perpetrato da un Governo della Repubblica italiana. Anzi, l’attacco finale e definitivo.

Tra i firmatari, giuristi, archeologi e storici dell’arte, ma anche scrittori e intellettuali: Stefano Rodotà, Dario Fo, Corrado Stajano e Salvatore Settis sono solo alcuni tra i nomi più noti. Proprio Settis, ricorda che l’Italia ha una lunga tradizione di preservazione dei beni culturali e paesaggisti, che affonda le proprie radici nel XII secolo, quando la municipalità di Roma emise una delibera per salvaguardare la Colonna Traiana. Una tradizione antica che sarà poi riconfermata nell’articolo 9 della Costituzione che, primo nel suo genere in tutto il mondo, ha inserito la tutela dell’arte e del paesaggio nell’ordinamento italiano.

Ma c’è un altro aspetto del ddl Madia che desta proteste e indignazione. L’articolo 7, infatti, stabilisce che le prefetture diventino il “punto di contatto unico tra amministrazione periferica dello Stato e cittadini”, creando, così, una sorta di conflitto di interessi: in molti credono che in questo modo si esautoreranno le prerogative delle soprintendenze, obbligate per legge a effettuare analisi approfondite quando si parla di vincoli paesaggistici, in favore delle prefetture, che avrebbero invece la possibilità di agire con maggior velocità.

(Foto: constructionweekonline.com)

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here