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Sea Sheperd: l’ultimo baluardo a difesa della vita negli oceani

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La Sea Shepherd Conservation Society è un’organizzazione no-profit che si occupa della conservazione marina ed è registrata negli Stati Uniti. I membri si autodefiniscono eco-pirati e navigano battendo bandiera nera (jolly roger), sotto la quale vengono intraprese campagne basate sulla Carta Internazionale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Natura del 1982 (United Nations World Charter for Nature) e svariate altre leggi (vedi anche: Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa). Lo scopo di suddette campagne è la salvaguardia della fauna e degli ambienti marini.

Sea Shepherd interviene con azioni dirette per la protezione della fauna selvatica marina come foche, delfini e balene. Queste includono operazioni di intelligence e documentazione, volte a denunciare alle autorità vigenti attività di bracconaggio, ed informare l’opinione pubblica sulle minacce alla biodiversità nei mari di tutto il mondo tramite campagne stampa. Oltre che, a volte, l’affondamento di pescherecci impegnati in attività di pesca industriale mentre si trovavano ormeggiati in porto, il sabotaggio di navi anch’esse ormeggiate, lo speronamento della nave Sierra per la caccia alla balena nel porto di Lisbona, Portogallo, e la cattura, con conseguente distruzione, di reti da pesca alla deriva in pieno oceano.

Recentemente il programma televisivo “Le Iene ” ha puntato l’attenzione sulle mattanze che avvengono nelle isole Faroe che sono sotto la giurisdizione politica della Danimarca. Assassinii dei cetacei mammiferi totalmente illegali perchè fuori legge secondo la convenzione di Berna del 1979 sulla Conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa. Leggendo gli articoli di questa carta infatti si evince che” la Convenzione pone particolare attenzione alla necessità di tutelare gli habitat naturali e le specie in via di estinzione, minacciate e vulnerabili, tra cui quelle migratorie. Le Parti che hanno firmato la Convenzione di Berna si impegnano ad adottare tutte le misure idonee a garantire la conservazione degli habitat della flora e fauna. Devono intervenire per promuovere politiche nazionali per la conservazione della flora e della fauna selvatiche e dei loro habitat naturali, prendere in considerazione la conservazione della flora e della fauna selvatiche nel loro territorio, sviluppare misure contro l’inquinamento, promuovere l’educazione e la diffusione di informazioni di carattere generale sulla necessità di conservare le specie di flora e fauna selvatiche e i loro habitat, promuovere e coordinare le ricerche correlate alle finalità della Convenzione”. La Danimarca è una di queste parti e sarebbe un segno di civiltà rispettare gli accordi presi con le comunità internazionali. Inoltre anche la Corte dell’Aja si è pronunciata in merito all’uccisione di balene come abbiamo descritto nel nostro precedente articolo.

Purtroppo nel Mare del Nord si continuano a fare massacri di proporzioni colossali e di connotazioni macabre  anche grazie a leggi speciali che le Isole Faroe si arrogano tirandosi così fuori dall’Europa): le balene pilota che passano presso l’arcipelago vengono uccise senza pietà dagli abitanti che invocano l’importanza delle tradizioni e dell’autosussistenza alimentare. Quello che viene localmente denominato Grindadráp (o più semplicemente Grind) che significa “mattanza della balena”. Le balene pilota, tornando dai tiepidi mari tropicali vanno pacificamente in cerca di cibo nei mari settentrionali spingendosi fino alle Svalbard e alla Groenlandia, sfortunatamente transitando nei dintorni delle Faroe. Sono animali dalla socialità e dai legami familiari complessi, estremamente intelligenti ed emotivamente sviluppate; per questo motivo quando i boia dei mar del nord ne uccidono una le familiari non scappano ma cercando di aiutare il proprio caro vengono a loro volta massacrate.Questa è la garanzia per gli isolani di poter ammazzare interi branchi, fino all’ultimo membro. Ultimo membro che prima di essere trucidato avrà sentito le grida dei propri congiunti e avrà respirato e bevuto il sangue dei propri amici. Aspetti totalmente ignorati da coloro che le considerano come mere risorse o come oggetto alimentare di pratiche rituali abitudinarie. Non di certo come esseri viventi dotati di un’individualità unica ed irripetibile.

Fierezza e identità: sono questi gli elementi propulsori dell’atto abominevole che ciclicamente arrossa le coste faroensi di sangue innocente. I mansueti animali che sventurati si avvicinano alle baie vengono intercettati, braccati e progressivamente spinti verso le coste attraverso piccole imbarcazioni veloci, quindi accerchiati in una morsa di funi dalla quale non fuggono più. Frotte di padri di famiglia e di giovani nerboruti incoraggiati da amici, fidanzate, mogli, bambini e anziani, provenendo dalla spiaggia, si immergono in mare con arnesi che ricordano quelli dei boia medievali. I cetacei vengono massacrati a colpi di lancia e di coltello e arpionati con ami giganteschi. Per la precisione, vengono uccisi facendo penetrare le lance attraverso la schiena e facendone a pezzi la spina dorsale. Le autorità assicurano che il benessere animale è il più possibile garantito perché ad uccidere è gente capace, gente che uccide in maniera efficiente e rapida. Alcune balene sono incinte: verranno sventrate e i cuccioli estirpati dai loro uteri. Trascinate a riva e disposte una a fianco all’altra come accade coi morti delle stragi: da lì verranno poi trasportate per essere macellate e distribuite alla popolazione. Sulla loro carne incisa con un punteruolo la loro misura. Le mandibole rimosse con la motosega per motivi scientifici. Tutti partecipano al Grind: ad uccidere è la gente comune. Non è un’attività commerciale, non è svolta a livello professionale. E’ la sagra di un popolo accecato da velleità identitarie, è un vero e proprio tradimento rituale.
Altro aspetto raccapricciante è la presenza dei bambini al momento del massacro. Pance di balene sventrate, infanzie sventrate. Innocenti contro innocenti. Imprinting devastati per sempre. Il processo di desensibilizzazione e la naturale stima che si prova nei confronti dei propri genitori e degli adulti assicura che il bimbo veda con favore fin da subito tale pratica nonostante le remore iniziali: in un video si vede infatti un bimbo di circa quattro anni essere indotto dal genitore a toccare le membra squartate di un animale morto. Il piccolo è in preda all’imbarazzo e così il genitore, prendendogli la manina, gliela appoggia sul cadavere. Senza perdere il contatto visivo con l’adulto che incoraggia il contatto il piccolo sperimenta così la normalizzazione della violenza e perde completamente la relazione con quella inibizione sgomenta che sorge spontanea davanti a un essere vivente ammazzato e squartato. È proprio il caso di parlare di banalità del male.
Gli isolani si difendono sostenendo che la non è la principale minaccia alla sopravvivenza della specie e che sono in pericolo per le conseguenze di altre attività umane come l’inquinamento acquatico e il riscaldamento globale. Che i globicefali siano in pericolo anche per altri motivi, soprattutto a livello di specie, è vero: questo però non giustifica in alcun modo l’abominio che si compie sulle coste di quelle tristissime isole. Paradossalmente la conservazione di quella specie diventa elemento secondario perché non stiamo più parlando della conservazione di biodiversità ma del rispetto di ogni singolo essere senziente e del suo diritto ad autodeterminarsi. Inoltre, non si tratta di un problema complesso e ramificato, ma di una pratica che può essere abolita da subito.
I faroensi sostengono tuttavia che non possono fare a meno di questa attività perché devono potersi sfamare dato che le isole non hanno vocazione agricola né abbondanza di fauna selvatica terrestre (anche nelle ipotesi restano violenti). Insomma, c’è davvero poco da fare per chi molto saggiamente decide di continuare a vivere in una terra così inospitale. Per loro il cibo a km zero è un vanto sopra ogni cosa. Un padre di famiglia commenta: “kill local, eat local, very close to perfection”. Un altro afferma: “it does not make any sense to buy a carrot pretending to be organic from abroad”. Mi chiedo se questi uomini si autoproducano tutto. Mi chiedo se gli abiti che indossano, se le auto che guidano, se i cellulari che utilizzano e se i libri che leggono (se li leggono) sono tutti autoprodotti. Immaginiamoci solamente se anche noi umani fossimo una risorsa per una popolazione aliena: se le nostre carni e il nostro grasso costituissero alimentazione per altri (pur essendoci abbondanza di risorse alternative).
Neppure le raccomandazioni del Dottor Pál Weihe, lui stesso cacciatore di balene in gioventù, responsabile del dipartimento di salute pubblica delle isole e promotore di un progetto di monitoraggio dello stato di salute degli abitanti delle isole relativamente alle intossicazioni da metalli pesanti, fermano i tradizionalisti. Ogni grammo di carne di balena contiene due microgrammi di metil-mercurio, una sostanza estremamente tossica che danneggia la capacità di memoria e di linguaggio nonché i tempi di reazione. Weihe suggerisce di abolire il consumo di carne di balena, cosa che una sparuta minoranza degli abitanti dell’isola – pur non condannando assolutamente la pratica in sé (sic!) – ha già fatto. Ben sappiamo che il fulcro dell’agire umano è l’antropocentrismo – in questo caso anche autolesionista – e anche in questo caso l’essere umano non si smentisce. Così come questa vergogna non esime noi civili occidentali immersi da secoli nelle acque della filosofia e del perbenismo dal riconoscere che simili mattanze noi invece le deleghiamo, le nascondiamo, le disconfermiamo (e le finanziamo). Siamo meno barbari ma più ipocriti se ne momento in cui il velo dell’illusione viene squarciato continuiamo con le nostre pratiche alimentari.
Le fotografie e i video degli orribili eventi di questi giorni, la mattina del 29 giugno sono state uccise 22 balene, visibili sui social ben documentano le stragi. Gruppi di attivisti, in particolare volontari di Sea Shepherd Conservation Society organizzati nell’operazione GrindStop2015/SleppidGrindini, stanno cercando per quanto possibile di ostacolare le operazioni di caccia. Condizionare le catture e le uccisioni è purtroppo difficilissimo. Questo perché il Grind è garantito e promosso dalle leggi stesse delle isole che non appartengono all’Unione Europea e quindi non passibili di eventuali regolamenti restrittivi. La polizia non protegge le balene bensì gli assassini e arresta coloro che interferiscono con la caccia. L’unico strumento di protezione nelle mani di Sea Shepherd che nonostante la potenza dell’equipaggio è comunque in difetto è quello di tenere i globicefali lontano dalle rive delle isole e dalle baie, autentiche trappole di morte per i cetacei. Ogni anno vengono infatti uccise tra le ottocento e le milletrecento balene.
Anche recentemente sono stati arrestati alcuni attivisti, anche italiani, che cercavano attraverso la loro attività non violenta, di salvare la vita di questi animali indifesi.
Ci resta un senso di impotenza incredibile. Resta inteso che ognuno di noi, attraverso i propri mezzi e il proprio tempo anche solo diffondendo le immagini attraverso i social, ha l’insopprimibile responsabilità civile di denunciare questa pratica, di far conoscere ai propri amici e parenti la barbarie che avviene ogni anno in un posto che pare dimenticato da dio.

Se volete essere di supporto o fare una piccola donazione a questa organizzazione di volontari, potete farlo attraverso il seguente link: https://www.seashepherdglobal.org/faroes/donate-now/sos-emergency-patrol-appeal.html#SeaShepherd

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