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Kiwi avvelenati dai metalli pesanti

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Vicino alla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina, è stato rilevato un forte inquinamento delle acque con presenza di metalli pesanti e arsenico, tutto questo era già presente in un dossier dell’Agenzia ambientale datato marzo 2012, e fino ad ora mai reso noto.

Nella piena ignoranza di ciò a cui si andava incontro si è continuato a coltivare nelle zone vicine alla contaminazione di queste acque, acque che lambivano i terreni. Questa zona viene chiamata “Valle d’oro, un migliaio di ettari coltivati a insalata, pomodori, uva da tavola, venduta in tutta l’Italia, ma era famosa soprattutto per la coltivazione del kiwi dop, frutto trapiantato qui dalla Nuova Zelanda trent’anni fa. 

Tutto ha inizio nel 1973, dove i camion del comune di Latina cominciarono a scaricare l’immondizia, buche su buche scavate con migliaia di tonnellate di rifiuti. Un confine fra le coltivazioni e la discarica era rappresentato dal fiume Astura , il timore che questo limite venisse superato dalle falde inquinate esisteva e se ne è avuta la riprova con le prime analisi del 2009, dove i tecnici dell’Arpa Lazio hanno iniziato cercare la traccia dei veleni fuori dagli invasi della discarica cresciuta a dismisura. Arsenico trovato fino a 30 volte superiore rispetto ai limiti consentiti dalla legge, piombo, ferro, manganese concentrazioni che superavano i valori base aldilà di ogni immaginazione.  Il problema principale oltre all’inquinamento stesso scaturisce dal silenzio che si è mantenuto in tutta questa vicenda. Un fascicolo depositato e mai divulgato alla popolazione. Un primo rapporto è stato consegnato a marzo del 2012, un secondo invece a maggio del 2013, ma rigorosamente mantenuto sotto riserbo dagli uffici ambientali della Regione Lazio.

Attualmente non risulta nessuna campagna di analisi specifica delle acque utilizzate per la coltivazione della frutta e degli ortaggi nella zona di Valle d’oro. Eppure l’arsenico è un cancerogeno di prima classe, capace di concentrarsi nei prodotti agricoli e, alla fine della filiera, nel corpo. Quello che rimane certo sono i morti diffusi attorno alla discarica e ai terreni di cui parliamo, in una sola via, a pochi metri dal casolare sequestrato agli Schiavone, dove gli abitanti ricordano l’arrivo dei camion carichi di fanghi, su dodici famiglie si contano cinque morti per tumore nell’ultimo anno e mezzo. Strane coincidenze eppure la Regione Lazio ancora tace e ha diffuso un comunicato stampa perentorio: «I dati non sono ancora disponibili perché incompleti». Quali paure, quali mazzette, quali imbrogli vengono nascosti dietro a questi fatti. La gravità è che si poteva fare prima sapendo e non si è fatto.

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