Home Ambiente Il fracking causa davvero terremoti? Un nuovo studio sembra dire di sì

Il fracking causa davvero terremoti? Un nuovo studio sembra dire di sì

815
0
CONDIVIDI

Diverse volte ci siamo trovati a parlare di Fracking, la pratica di fratturazione idraulica per l’estrazione di gas dal sottosuolo, sospettata di essere tra le cause in grado di generare terremoti. A sostegno di questa tesi, arriva ora uno studio condotto da sette ricercatori, provenienti da sette Università statunitensi e britanniche, che sostiene la presenza di un legame stretto tra fratturazione idraulica e terremoti.

Lo studio, che prende il nome di The Envonmental Costs and Benefits of Fracking, è nato con l’obiettivo di esaminare le diverse conseguenze ambientali derivanti dall’estrazione di energia non convenzionale.

Le conclusioni a cui giungono gli scienziati dipingono uno scenario abbastanza chiaro: il fracking, se eseguito in maniera impeccabile può ridurre l’inquinamento e lo spreco di acqua rispetto all’utilizzo dei combustibili fossili. Rallentando però, ovviamente, gli investimenti sulle rinnovabili. Se eseguito invece senza le opportune precauzioni, può causare il rilascio di sostanze tossiche e altre problematiche ambientali.

Ciò che appare più interessante per il nostro discorso è però la sezione dello studio intitolata “Sismicità indotta”. La sismicità indotta dalle pratiche di estrazione e fratturazione idraulica è un discorso che ha ricevuto notevole attenzione sia negli Stati Uniti, che nel Regno Unito.

Durante lo studio, i ricercatori hanno analizzato i dati ricavati in due fasi diverse del fracking: la fratturazione idraulica e lo smaltimento delle acque di scarico. In entrambe le fasi, si è cercato di comprendere la presenza di un collegamento diretto o meno con la frequenza dei terremoti avvenuti nelle zone di estrazione.

Nel primo caso, è risultato che durante la fratturazione vengono indotti raramente terremoti abbastanza intensi da essere avvertiti dalle persone: gli eventi sismici sono pochi e nessuno supera i 4.0 di magnitudo; nel secondo caso, invece, i terremoti appaiono decisamente più potenti, capaci di creare danni a cose o persone, come accaduto per le 14 case distrutte e le due persone ferite in Oklahoma, tre anni fa. Anche in questo caso, affermano gli studiosi, gli eventi sismici sono rari, ma quando accadono generano maggiore energia.

Nel documento si legge come “la riattivazione di faglie dovuta a fratturazione idraulica, lo smaltimento delle acque reflue e altri processi, come il sequestro della CO2, accrescono la pressione interstiziale e facilitano la liberazione di energia elastica immagazzinata nelle rocce”.

Tra il 1967 e il 2000, il tasso di terremoti negli USA si attestava sulla cifra media di 21 all’anno. Dal 2001 in poi, con l’inizio delle sfruttamento dello shale gas e quindi delle pratiche non convenzionali di estrazione di energia, la media è schizzata oltre i 100 (188 solo nel 2011). Gli scienziati della USGS (U.S. Geological Survey) attribuiscono questo aumento alle operazioni di stoccaggio nel terreno dell’acqua di scarico delle trivellazioni per petrolio e gas.

Nel solo 2011, si continua a leggere, i terremoti di magnitudo 4,0-5,3 sono stati collegati a fenomeni di stoccaggio delle acque reflue in profondità in luoghi come Youngstown, Ohio; Guy, Arkansas; Snyder e Fashing, Texas; e Trinidad, Colorado, quest’ultima associata allo smaltimento delle acque reflue provenienti dall’estrazione di metano di origine minerale.

Naturalmente, gli studiosi spiegano che sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere in maniera più completa il trigger della sismicità indotta. Ciononostante, è noto da tempo che le iniezioni in profondità delle acque possono provocare terremoti.

Per quanto riguarda il fattore ambientale invece, mentre il fracking e l’aumento dell’offerta di gas possono da un lato ridurre l’inquinamento dell’aria causato dalle centrali elettriche a carbone, ancora poco si conosce sulle perdite di metano durante le operazioni di estrazione.

Secondo lo studio, è molto raro che gas e prodotti chimici usati per le fratture artificiali a migliaia di metri di profondità penetrino verso l’alto, inquinando le falde acquifere. Le vere minacce verrebbero invece dalle falle presenti nelle intelaiature d’acciaio e di cemento dei pozzi che sono più vicini alla superficie.

I casi di contaminazione delle acque sotterranee sono state oggetto di accesi dibattiti. Secondo lo studio alcuni di questi episodi sono realmente successi, anche se non sono così comuni come si pensa.

In ogni caso, a livello di inquinamento, il più grosso problema arriva dallo smaltimento delle acque reflue, piene dei fluidi utilizzati per estrarre il gas dal sottosuolo.

(Foto: publichealthwatch)

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here