DISASTRO AMBIENTALE

Multinazionali del petrolio e del gas: la loro folle e ipocrita corsa al profitto mentre il pianeta è in agonia

Le multinazionali del petrolio e del gas continuano la loro folle e ipocrita corsa al profitto mentre il pianeta è in agonia. Sono passati quasi 10 anni dal disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

Parliamo del più grande disastro ambientale della storia americana, che superò di oltre 10 volte, per entità, quello della petroliera Exxon Valdez del 1989.

L’impatto del disastro ambientale sull’ ecosistema

La Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera di perforazione di proprietà della svedese Transocean, affittata alla multinazionale britannica Bristish Petroleum (BP), quel maledetto 20 aprile 2010, stava effettuando la perforazione del pozzo Macondo.

Fu allora che si verificò una violenta esplosione e da lì un incendio. Il petrolio incominciò a fuoriuscire senza sosta, al ritmo di 1000 barili al giorno, senza che il sistema di blocco automatico riuscisse ad entrare in funzione. 2 giorni dopo, la piattaforma affondò e delle 126 persone a bordo, 11 persero la vita, mentre 17 rimasero ferite.

La Deepwater Horizon riversò nel Golfo del Messico 4,2 milioni di barili di petrolio, creando una chiazza grande tre volte la Sicilia e inquinando poco meno di 2100 km di costa.

A pagare le spese di questo disastro ambientale furono Lousiana, Alabama, Mississippi e Florida.

La marea nera continuò a espandersi per mesi, avvelenando, giorno dopo giorno, l’ecosistema. Come ricorda NOAA, l’area nord del Golfo del Messico è l’habitat di 22 specie di mammiferi marini e 5 specie di tartarughe, tutte protette dall’Endangered species act.

Il 20% delle tartarughe di Kemp di giovane età morirono in seguito all’esposizione al petrolio e la popolazione di tursiopi, i delfini dal naso a bottiglia, venne dimezzata, mentre quelli sopravvissuti riportano, tutt’oggi, malattie polmonari e al fegato, deficit immunitario e del metabolismo.

A pagarne le conseguenze anche i pellicani bruni e un numero inquantificabile di uccelli, vittime dell’inquinamento da petrolio…petrolio che è entrato nella catena alimentare perché assorbito dal fitoplancton, riducendo la varietà di microrganismi nelle zone interessate dal disastro.

Adesso Transocean vuole cancellare Greenpeace UK

L’anno scorso la fatidica accoppiata Transocean/BP si è rimaterializzata al largo delle coste scozzesi per trivellare i fondali del Mare del Nord e gli attivisti di Greenpeace UK hanno bloccato quest’enorme follia per 12 giorni.

Transocean, per cacciarli, ha chiesto e ottenuto una sorta di “sentenza provvisoria” per fermare la protesta ed ora accusa Greenpeace di aver continuato a protestare, “violando” quest’interdizione, al punto da chiedere danni per milioni di euro e l’arresto di John Sauven, direttore di Greenpeace UK.

Il suo commento è stato: “Transocean sta cercando disperatamente di spaventarci ma noi non ci faremo tappare la bocca. Difenderemo fieramente in tribunale il nostro diritto a protestare perché fermare la trivella di BP era un nostro obbligo morale davanti ai giganti del petrolio che alimentano il cambiamento climatico, minacciano la sicurezza del Pianeta e mettono in pericolo le nostre vite”.

DISASTRO AMBIENTALE
Deepwater Horizon : il più grande disastro ambientale della storia americana.

La posizione di BP e il suo falso impegno alla decarbonizzazione

Proprio ora che i riflettori le sono nuovamente puntati addosso “per colpa” di Greenpeace, Bernard Looney, CEO di BP, si è solennemente impegnato a decarbonizzare completamente entro il 2050 la compagnia che guida.

Peccato che la verità sia un’altra: nei prossimi 10 anni, BP, infatti, ha deciso di investire quasi 65 miliardi di euro nella ricerca di petrolio e gas fossile, quindi non ha alcuna intenzione di smettere di tirar fuori fossili dal sottosuolo.

E il Piano Strategico, appena pubblicato da ENI dice chiaramente che “la produzione di gas al 2050 costituirà circa l’85% della produzione totale” e che dovrebbe essere compensata, non si sa come e quando, “da progetti di conservazione delle foreste e di cattura e stoccaggio della CO2 per un totale di oltre 40 milioni di tonnellate/anno al 2050″.

L’ipocrisia delle multinazionali del petrolio e del gas continua

Insomma, non c’è mai limite al peggio. L’ipocrisia delle multinazionali del petrolio e del gas continua in un modo davvero sconcertante, per nulla intenzionate a estinguersi, in un futuro dove l’inquinamento e i cambiamenti climatici promettono di farla da padrone e i combustibili fossili siedono in prima fila al banco degli imputati.

Non è un caso che le più grandi multinazionali impegnate nell’estrazione di petrolio e a gas abbiano investito ingenti somme di denaro in operazioni di lobbying, volte a ostacolare e ritardare le nuove politiche vincolanti a protezione del clima;attuando, dall’altra parte, pesanti campagne di greenwashing, nel tentativo di dipingere di verde il proprio operato.

E che dire sui milioni di dollari da loro spesi nella creazione di campagne pubblicitarie, volte a dipingerli come soggetti virtuosi, che si prodigano nell’azione contro i cambiamenti climatici, per la costruzione di un futuro più verde e attento al rispetto ambientale?

Vogliamo parlare dei loro finanziatori? E’ tutto un fiorire di promesse, impegni e affari sporchi di petrolio, gas e carbonio.

Basta grattare leggermente il sottile strato di “vernice verde” per far affiorare la totale insensibilità di queste multinazionali, protese unicamente alla tutela dei propri profitti, costruiti sulle spalle di un pianeta in agonia.

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