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Plastica e rischio diabete: in Italia studio su mamme e bambini

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La plastica e soprattutto le sostanze in essa contenute possono causare veramente il diabete? Il punto della situazione.

Tutti dovremmo fare a meno della plastica. Questo materiale, di cui si è abusato per anni, non solo è dannoso per l’ambiente, ma lo è anche per la salute.

Molti di voi sanno a cosa ci riferiamo: nella plastica sono spesso presenti dei prodotti chimici, derivati dal petrolio, molto pericolosi. Numerose ricerche, infatti, hanno riconosciuto gli ftalati come dei perturbatori endocrini, ma anche causa potenziale di sterilità. Proprio per questo, il loro uso è soggetto ad alcune restrizioni.

Nel corso degli anni, si è fatto un largo uso di queste sostanze. Certo, non tutti gli ftalati sono uguali o ugualmente pericolosi, tuttavia la loro diffusione, anche nei prodotti alimentari, desta grossa preoccupazione.

Uno studio americano, condotto dalla George Washington University , ha dimostrato ad esempio che chi consuma cibi provenienti dai fast food presenta valori di ftalati nelle urine il 40% più alti di chi non ne consuma. Questo a causa dei materiali con cui sono realizzati i packaging dei prodotti venduti.

Ma queste sostanze possono nascondersi ovunque: detergenti, detersivi, cosmetici, giocattoli, scontrini.

Ftalati e bisfenolo A, un’altra sostanza pericolosa per la salute, sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento della scienza per i loro possibili effetti sull’uomo: dalla pubertà precoce all’obesità nei bimbi, dal diabete di tipo 2 alle malattie cardiovascolari negli adulti.

Amalia Gastaldelli, responsabile del Laboratorio sul rischio cardiometabolico dell’Ifc-Cnr, spiega ad Adnkronos perché negli ultimi anni è cresciuto il timore che ftalati e bisfenolo A contenuti nella plastica possano aumentare il rischio di diabete: “Innanzitutto si legano ai recettori Ppar-gamma che promuovono l’adipogenesi e si associano a un’infiammazione del tessuto adiposo, fattori di rischio per malattie metaboliche come obesità e diabete. Inoltre, a livello epatico possono promuovere l’accumulo di trigliceridi determinando una condizione di fegato grasso, altro fattore di rischio per il diabete che a sua volta lo è per la steatosi epatica. Infine c’è l’azione sul pancreas, dove gli interferenti endocrini possono stimolare la produzione di insulina causando iperinsulinemia, e quindi una situazione di insulino-resistenza“.




Nel frattempo, sono attesi per il 2017 i primi risultati nazionali sull’esposizione ambientale a queste sostanze, indagati nello uno studio ‘Life-Persuaded’ condotto su oltre 2 mila mamme e bambini italiani sotto il patrocinio dell’Istituto superiore della Sanità.

Lo studio, eletto Progetto del mese di febbraio 2016 dal ministero dell’Ambiente, è stata avviato nel 2014 e coinvolgerà 2.160 coppie madre-bambino al Nord, Centro e Sud Italia, sia nelle aree urbane sia in quelle rurali del Paese. I bimbi sono maschi e femmine, di età compresa fra 4 e 14 anni.

L’arruolamento – spiega Gastaldelli – avviene attraverso pediatri opportunamente formati sull’argomento, che propongono alle mamme la partecipazione allo studio. L’adesione comporta l’analisi di un singolo campione spot di urina di madre e figlio, sul quale cercare i metaboliti di ftalati e bisfenolo A misurandone le concentrazioni, oltre alla compilazione di un questionario approfondito” sugli stili di vita, le abitudini familiari, l’uso di determinati prodotti, il consumo di certi alimenti e così via.

Tre gli obiettivi: misurare i livelli di Dehp (di-2-etilesilftalato) e Bpa (bisfenolo A) nella popolazione infantile italiana, evidenziando eventuali differenze in base all’area di residenza, agli stili di vita e alle abitudini alimentari; valutare la relazione tra l’esposizione a Dehp e Bpa e patologie infantili, quali telarca prematuro idiopatico, pubertà precoce centrale idiopatica e obesità infantile idiopatica; studiare il rapporto causa-effetto dovuto all’esposizione a concentrazioni reali di Dehp e Bpa, in condizioni sperimentali.

(Foto)

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