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Coldiretti denuncia l’importazione in Italia, per anni, di pomodori cinesi coltivati nei “Laogai”

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Non solo i prodotti agricoli che arrivano dalla Cina sono spesso sinonimo di scarsa qualità, non solo i prezzi cui vengono battuti sono talmente stracciati da creare concorrenza sleale, ma un’alta percentuale di questi alimenti deriva dallo sfruttamento dei dissidenti detenuti nei campi di rieducazione cinesi

Un flusso iniziato nei primi anni ’90, quando le merci più gettonate erano le pelli e gli animali da pelliccia, e proseguito senza sosta fino ad oggi con ortaggi e alimenti che fanno la parte del leone. Negli ultimi due decenni – fa sapere Coldiretti – il valore dei prodotti provenienti dalla Cina è più che raddoppiato seguendo un ritmo di crescita costante. La Cina ha iniziato la coltivazione di pomodoro per l’industria nel 1990 e oggi, dopo aver superato l’Unione Europea, rappresenta il secondo bacino di produzione dopo gli Stati Uniti.

Sono stati importati 85 milioni di chili di merci prodotte nei cosiddetti “Laogai”, i campi di lavori forzati della Repubblica Popolare Cinese. Dalla Cina sono stati importati in Italia 85 milioni di chili di pomodori conservati nel 2012  ”ottenuti anche dai lavori forzati in imprese agricole lager,” i cosiddetti Laogai, che interessano su 1,4 milioni di ettari di terreni che producono per il mercato interno e per l’esportazione. La denuncia è della Coldiretti che commenta così la notizia sulla chiusura dopo 55 anni dei famigerati campi di rieducazione in Cina. ”Dalla Cina – sottolinea la Coldiretti – l’Italia ha importato prodotti agroalimentari per un valore stimato pari a oltre mezzo miliardo di euro tra pomodori, ortaggi e frutta conservata, aglio e legumi mentre il valore delle esportazioni Made in Italy è pari a poco più della metà”. Oltre ad un necessario riequilibrio della bilancia commerciale – secondo Coldiretti – pesano gli effetti di una concorrenza sleale dovuta a situazioni di dumping sul piano sanitario, ambientale e sociale. Se gli standard sanitari sono diversi rispetto a quelli dell’Unione Europea, la produzione in Cina sembra essere infatti anche realizzata – conclude l’associazione di categoria – con sfruttamento del lavoro forzato dei detenuti da parte di molte imprese cinesi impegnate nell’export alimentare, secondo la denuncia Laogai National Foundation.

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