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Shopper biodegradabili a pagamento: alla fine la legge danneggia l’ambiente

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shopper biodegradabili

Dall’entrata in vigore della legge sull’obbligo degli shopper biodegradabili si è verificato un paradosso che ha portato i consumatori non solo a spendere di più, ma anche a inquinare di più. Ecco perché

Dal primo gennaio 2018 è entrato in vigore l’obbligo di usare shopper biodegradabili e compostabili, rigorosamente usa e getta e a pagamento, per i generi alimentari. Ma cosa è successo dall’entrata in vigore della legge? Davvero abbiamo aiutato l’ambiente con la nuova norma? Ci aiutano a fare chiarezza i dati Ismea sugli acquisti degli italiani nel reparto ortofrutticolo.

Shopper biodegradabili: se i consumatori scelgono di spendere di più

A partire dal primo gennaio di quest’anno, è diventato obbligatorio l’uso di shopper biodegradabili per alimenti come frutta e verdura, generalmente acquistati in modalità sfusa al banco alimentare.

La norma è abbastanza chiara: non solo i sacchetti biodegradabili e compostabili sono obbligatori, ma devono essere anche a pagamento. Un costo, in media di 2 centesimi e indicato chiaramente nello scontrino, che pesa sul consumatore finale.

Quando è stata diffusa, la normativa ha suscitato non poche polemiche tra i consumatori, indignati dal fatto di dover obbligatoriamente pagare di più, senza poter scegliere altre soluzioni altrettanto sostenibili, ma a costo zero.

Quello che è successo dopo l’applicazione della norma, però, ha veramente dell’incredibile.

L’inganno di un finto risparmio

A partire dal primo gennaio scorso, è accaduto quello che era già stato previsto: i consumatori si sono accontentati di pagare di più un prodotto, piuttosto che spendere 2 centesimi a sacchetto (il prezzo che mediamente è richiesto dalle catene distributive per utilizzare i nuovi sacchetti biodegradabili). Sì, perché i consumatori hanno preferito comprare prodotti ortofrutticoli già imballati, che costano mediamente il 43% in più rispetto a quelli sfusi.

Una conseguenza già prevista da Il Sole 24 Ore, che scriveva: «Molti consumatori abbandoneranno il prodotto sfuso e si rivolgeranno ai prodotti già confezionati. Invece di prendere i frutti con il guanto usa e getta, pesarli nel sacchetto biodegradabile, etichettarli e poi alla cassa pagare il sacchetto, molti consumatori prenderanno la vaschetta di polistirolo con i frutti già imbustati. In altre parole, più imballaggi in circolazione». Un paradosso in termini di costi, ma anche sostenibilità ambientale.

I dati Ismea

A svelare la contraddizione sono i dati Ismea sugli acquisti degli italiani nel primo trimestre del 2018.

I numeri sono chiari: l’entrata in vigore degli shopper biodegradabili ha portato a un sensibile arretramento degli acquisti di ortofrutta sfusa, in favore di prodotti ortofrutticoli preincartati. Nello specifico: i primi tre mesi del 2018 hanno visto un calo del 3,5% in quantità e del 7,8% in valore delle vendite di ortofrutta sfusa.

Allo stesso tempo, l’acquisto di ortofrutta fresca ma confezionata è cresciuto dell’11% in quantità e del 6,5% in valore.

«Si tratta – sottolinea l’Ismea – di numeri che evidenziano come la reazione dei consumatori, anche a seguito del tam tam sui social network, abbia impresso un’accelerazione a un processo di sostituzione di per sé già in atto. Il peso degli ortofrutticoli confezionati sulle vendite del comparto è salito oggi infatti al 32% contro il 29% del primo trimestre 2017, nonostante, a parità di prodotto, i confezionati costino mediamente il 43% in più degli sfusi».

Una legge frettolosa

Secondo l’analisi de Il Sole 24 Ore, il paradosso è il frutto di una legge fatta in maniera frettolosa. Seppur spinta da un principio importante, quello di avere un impatto positivo sull’ambiente, la fretta ha portato in effetti a una normativa con conseguenze controproducenti sia per i consumatori che sull’utilizzo di involucri potenzialmente inquinanti.

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