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Amazon e quelle promesse (vane) su sostenibilità e diritti dei lavoratori

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Amazon e sostenibilità. L’impatto del colosso dell’e-commerce sull’ambiente, il controverso rapporto con i propri dipendenti e le conseguenze per i posti di lavoro

Sostenibilità e commercio elettronico. Quanto i colossi del mercato online seguono le regole della sostenibilità ambientale e sociale? Ci siamo fatti questa domanda, guardando ad Amazon, alle promesse fatte tre anni fa in merito all’impegno dell’azienda di dipendere al 100% solo da energie rinnovabili e alle polemiche di questi ultimi mesi riguardanti i diritti dei suoi lavoratori.

Ecco le nostre conclusioni.

Amazon e la sostenibilità ambientale: la promessa

Circa tre anni fa, Amazon fece la promessa di impegnarsi seriamente ad adoperare solo energie rinnovabili per alimentare le proprie infrastrutture globali. L’annuncio arrivò in seguito alla pubblicazione di un rapporto di Greenpeace, in cui l’azienda veniva bocciata, assieme ad altri colossi del web, per il proprio impatto sull’ambiente. Allora, la compagnia alimentava i propri servizi solo per il 15% con energia pulita. Inoltre, Greenpeace aveva rilevato che l’azienda non presentava un piano adeguato per la transizione ad alternative più pulite.

L’impegno di Amazon, tuttavia, non aveva convinto al 100% l’organizzazione ambientalista. Com’è andata a finire?

La bocciatura di Greenpece

A gennaio di quest’anno, Greenpeace ha pubblicato i suoi aggiornamenti in merito al report “Clicking Clean: Who is Winning the Race to Build a Green Internet?”. L’organizzazione ha bocciato nuovamente colossi del web, puntando il dito contro Netflix, Amazon Web Services e Samsung perché “ancora in ritardo” sull’uso di energia pulita. Promosse invece Apple, Google, Facebook e Switch, perché “stanno compiendo grandi passi in avanti verso l’obiettivo di alimentarsi con energia al 100% rinnovabile”.

In particolare Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia, afferma che“nonostante gli annunci in fatto di rinnovabili, Amazon continua a mantenere i suoi clienti all’oscuro sulle proprie decisioni energetiche“. Iacoboni esprime preoccupazione, dal momento che “che l’azienda sta allargando le proprie attività in aree geografiche in cui sono utilizzate prevalentemente energie sporche”.

Nel rapporto si legge che la mancanza di trasparenza è proprio uno dei maggiori ostacoli di Amazon Web Services (AWS). Tra le aziende in cloud a livello globale, solo AWS rifiuterebbe ancora di rendere pubblici i dettagli sul rendimento energetico e sull’impatto ambientale associato alle sue operazioni. Cosa che rende difficile ai clienti comprendere veramente il grado d’impegno della società in favore dell’ambiente.

Per l’azienda, invece, “abbiamo fatto molti progressi in questo impegno. Alla fine del 2016, più del 40% dell’energia consumata dalla nostra infrastruttura globale proveniva da fonti di energia rinnovabile, e abbiamo fissato un obiettivo una fornitura al 50% da energia rinnovabile entro la fine del 2017”. Ma l’obiettivo di tre anni fa non era di arrivare al 100%?

Amazon e la perdita di posti di lavoro

Il modello Amazon sta lentamente cambiando il paradigma lavorativo mondiale.

Un anno fa, la società lanciava infatti a Seattle il primo supermercato senza posti di lavoro. La novità era data dalla possibilità di acquistare prodotti come bevande, panini, giocattoli, vino, ‘strisciando’ lo smartphone ai tornelli d’ingresso. Senza il bisogno di alcuna interazione umana. Un processo d’acquisto completamente automatizzato che comunque ha permesso al dipartimento marketing di venire a conoscenza di una mole impressionante di dati della clientela.

Federdistribuzione, l’associazione che rappresenta gli interessi delle aziende della distribuzione moderna organizzata, si è interrogata sugli effetti della progressiva automazione del processo di acquisto che sta interessando tutta la catena alimentare del valore. Un settore ad alta intensità di manodopera.

Le innovazioni tecnologiche, infatti, stanno interessando la parziale rivisitazione dei punti vendita con un conseguente impatto sul lavoro dei dipendenti. Secondo un’analisi di PricewaterhouseCoopers gli investimenti in formazione delle aziende della GDO sono cresciuti del 137% negli ultimi dieci anni. Tutto per evitare che l’avvento di strumenti innovativi di vendita e di pagamento provochino la sparizione di alcune figure professionali.

L’analisi di Q.com

Il sito Qz.com, invece, si è posto la domanda di quanto Amazon incida sui posti di lavoro. Per dare una risposta al quesito, ha analizzato il numero di posizioni lavorative create negli ultimi anni, paragonandole a quelle perse anche in previsione dell’aumento del numero di robot nelle sue sedi.

Nel 2016, il colosso del commercio elettronico era l’ottavo più grande datore di lavoro privato negli Stati Uniti. Non male, visto che Amazon ha anche annunciato di voler costruire una seconda sede negli USA in cui impiegare 50mila dipendenti.

Ma, secondo Qz.com, la crescita ha un prezzo: “Supponendo che le attuali tendenze del settore continuino fino alla fine dell’anno, il numero di dipendenti nella vendita al dettaglio crolleranno dell’1% anno su anno, si tratterebbe di una perdita di lavoro pari a 170.000 persone l’anno. 

Ma non è tutto. A questi dati, infatti, vanno aggiunti quelli derivanti dall’implementazione di robot nelle proprie sedi.

«La società – ricorda ancora Qz.com – ha dichiarato di possedere 45.000 robot alla fine del 2016, ha aggiunto 35.000 robot entro la fine del primo semestre del 2017 e altri 20.000 nel terzo trimestre. Ne abbiamo ipotizzati altri 20.000 nel quarto trimestre per un totale di 75.000 nuovi robot nel 2017».

Anche se è difficile dimostrare una correlazione di causa-effetto tra posti di lavoro cancellati e avvento dei robot, “non è difficile vedere la correlazione tra un declino di 24.000 dipendenti umani e un aumento di 75.000 dipendenti robotici”.

Amazon e il difficile rapporto con i suoi dipendenti

A novembre, Amazon è stato oggetto di critiche a causa di uno sciopero massiccio dei suoi dipendenti. In occasione del Black Friday, infatti, si è tenuto il primo sciopero italiano del colosso dell’e-commerce. La motivazione: condizioni migliori per i lavoratori.

«È un lavoro usurante – spiegavano i lavoratori fuori dai cancelli – camminiamo chilometri ogni giorno e facciamo per otto ore gli stessi gesti».

Francesca Benedetti rappresentante territoriale FISASCAT CISL, spiegava allora a La Stampa i problemi fisici e psicologici di molti dipendenti che si rivolgono ai sindacati:

«Dentro Amazon si resiste in media 3 anni – afferma – Esistono delle eccezioni, io ho almeno tre delegati sindacali che lavorano da 5 anni in Amazon ma con dei sacrifici fisici enormi».

Turni massacranti, polsi infiammati, attacchi di panico. Sono alcune delle problematiche denunciate dai dipendenti. Problematiche vecchie, a detta di alcuni.

Nell’agosto del 2015, il New York Times aveva per esempio pubblicato un’inchiesta sulle condizioni di lavoro disumane dentro l’azienda (inchiesta smentita dalla stessa Amazon). E dal 2015, anche i lavoratori europei hanno iniziato a protestare. Prima la Germania, poi l’Inghilterra. Quest’anno l’Italia.

La risposta dell’Azienda

L’azienda, però, non condivide il punto di vista dei sindacati, affermando di mantenere relazioni con le rappresentanze dei lavoratori e le organizzazioni sindacali e di portare avanti una politica che incoraggia i dipendenti al confronto con il management team.

«I salari dei dipendenti di Amazon – afferma inoltre la compagnia – sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l’assicurazione sanitaria privata e assistenza medica privata. Amazon offre inoltre opportunità innovative ai propri dipendenti come il programma Career Choice, che copre per quattro anni fino al 95% dei costi della retta e dei libri per corsi di formazione scelti dal personale».

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