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Terapia autismo: le risposte dello studio sulla flora intestinale

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Terapia autismo: una nuova possibilità arriva dal trapianto della flora intestinale. Uno studio pilota su 18 pazienti mostra risultati incoraggianti.

Una nuova terapia per l’autismo nel trapianto della flora batterica. È questo il barlume di speranza dato da uno studio condotto da diversi atenei americani e pubblicato sulla rivista scientifica Microbiome.

Lo studio è stato condotto da Ann Gregory della Ohio State University e parte dal presupposto che una delle possibili cause dell’autismo potrebbe risiedere in problemi dell’intestino. Vediamo insieme di che cosa si tratta.

L’importanza del microbiota intestinale nell’insorgenza dell’autismo

Il collegamento tra i due elementi non è nuovo. Già da qualche anno, infatti, gli studiosi hanno iniziato a indagare la composizione dei microorganismi intestinali di soggetti affetti da autismo. A giugno di quest’anno, i ricercatori del Cnr e dell’Università di Firenze hanno condotto alcune ricerche per comprendere se i fattori ambientali possono incidere sullo sviluppo della malattia.

La ricerca, coordinata da Carlotta De Filippo dell’Istituto di biologia e biotecnologia agraria (Ibba-Cnr), ha analizzato i microrganismi presenti nell’intestino di soggetti affetti da autismo. Lo scopo era verificare la presenza di difformità con il microbiota intestinale di soggetti sani, individuando eventuali marcatori. Un modo per capire se il microbiota intestinale ha un ruolo nello sviluppo della malattia e, in ultima analisi, se fattori ambientali e alimentari possono influenzarla.

Questo quanto affermato dai ricercatori:

«Nei soggetti presi in esame, il profilo di cinque generi microbici e uno fungino, inclusi i coliformi, Clostridium e Candida, appaiono aumentati al crescere della gravità dei sintomi. Abbiamo inoltre riscontrato la presenza di Escherichia coli, un batterio rivelatore di stati infiammatori».

Terapia autismo: nuova speranza dal trapianto della flora intestinale

Il trapianto della flora intestinale è un intervento che oggi viene adoperato per trattare infezioni gravi e incurabili. Questo perché si ritiene che ripristinare la flora batterica possa aiutare a curare svariate malattie. Anche neurologiche, come appunto l’autismo. D’altra parte, è risaputo che i pazienti autistici spesso presentano alterazioni della flora intestinale e sintomatologia a carico dell’intestino.

Proprio per questa ragione, nel loro studio clinico pilota, i ricercatori americani hanno deciso di indagare cosa sarebbe successo “ripulendo” l’intestino di soggetti autistici, eliminandone la flora batterica “malata” e ricolonizzandolo con batteri provenienti da microbiota di individui sani.

Durante la ricerca, sono stati coinvolti 18 pazienti di età compresa tra i 7 e i 16 anni, affetti dalla malattia.

I soggetti sono stati sottoposti a un trattamento noto come trapianto fecale. La prima parte dell’operazione consisteva in un trattamento antibiotico di due settimane finalizzato ad eliminare la maggior parte della flora batterica esistente. La seconda parte, consisteva nel somministrare ai bambini per otto settimane, batteri provenienti dall’intestino di soggetti sani.

Dopo il trapianto fecale, genitori e medici hanno dichiarato di aver notato non solo un notevole miglioramento delle problematiche intestinali, ma anche cambiamenti positivi nella sintomatologia autistica. Come, ad esempio, le difficoltà relazionali o i problemi del sonno. Miglioramenti durati almeno due mesi dopo il trattamento.

Nuova terapia autismo o effetto placebo?

Con il loro studio, i ricercatori hanno osservato un miglioramento dell’80% nei sintomi gastrointestinali e del 20-25% in quelli comportamentali legati allo spettro autistico. L’impatto a lungo termine di questi effetti non è noto, ma secondo gli esperti si tratta di risultati incoraggianti. Malgrado ciò, continuano a invitare alla cautela.

Il rischio, in particolare, secondo James Adams, uno degli autori principali dello studio, è che ci sia stato un condizionamento positivo. Una sorta di effetto placebo, dato dal fatto che genitori e ragazzi sapevano di essere oggetto di uno studio. Oltre al limite del numero esiguo di partecipanti alla ricerca.


Tuttavia, come dichiara anche Ann Gregory “i dottori sanno che funziona”, solo che ancora non sono riusciti a capire il perché. Serviranno altri studi più ampi per confermare i risultati e soprattutto capirne le cause. Resta comunque aperta una speranza di aver trovato una nuova possibile terapia per l’autismo.

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