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Dopamina e Alzheimer: confermato il nesso. Si aprono nuove possibilità di ricerca e di cura

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dopamina e alzheimer

Dopamina e Alzheimer: confermato il collegamento tra la patologia che colpisce più di 47 milioni di persone in tutto il mondo e la morte dei neuroni che producono il neurotrasmettitore

Un gruppo di ricercatori inglesi fornisce un’ulteriore importante conferma alla teoria che vuole dopamina e Alzheimer strettamente collegate. Secondo gli esperti, infatti, la chiave per comprendere meglio la malattia sarebbe nascosta in una particolare area del cervello, dove si trovano le cellule che producono i neurotrasmettitori. Un decadimento di queste cellule, infatti, porterebbe all’incapacità di produrre nuovi ricordi.

Scopriamo insieme di più sul lavoro dei ricercatori.

Alzheimer e dopamina: la conferma anche grazie ai ricercatori italiani

Già ad aprile dello scorso anno, uno studio congiunto condotto dall’Università Campus Bio-Medico di Roma e dalla Fondazione Ircss Santa Lucia aveva ipotizzato la presenza di uno stretto legame tra dopamina e Alzheimer. Allora, i ricercatori avevano scoperto una relazione tra la morte dei neuroni dell’area tegmentale ventrale (la stessa area in cui si produce la dopamina) e il cattivo funzionamento dell’ippocampo che determina la perdita dei ricordi. Ora, questo possibile collegamento sembra essere stato confermato.

Il contributo italiano nel nuovo studio

Il contributo dei ricercatori italiani non si ferma solo al precedente lavoro sulla correlazione tra dopamina e Alzheimer. Ricerca che ha fornito il punto di partenza per la nuova conferma.

Anche il nuovo studio ha un’impronta italiana: i ricercatori britannici sono stati infatti guidati nel loro lavoro da Annalena Venneri, docente all’Università di Sheffield.

La scoperta, pubblicata sul ‘Journal of Alzheimer’s Disease’, potrebbe rivoluzionare gli approcci specialistici alla malattia, una piaga che colpisce più di 520mila persone nel Regno Unito, oltre 600mila in Italia e 47 milioni di persone in tutto il mondo. Secondo le stime, i malati di Alzheimer sarebbero inoltre destinati a triplicarsi entro il 2050.

I risultati della ricerca e il nesso tra dopamina e Alzheimer

Lo studio britannico è stato condotto attraverso particolari scansioni cerebrali, effettuate su 51 adulti sani, di 30 pazienti con diagnosi di decadimento cognitivo lieve e di 29 pazienti con diagnosi di Alzheimer.

Le risonanze a 3Tesla hanno il doppio della potenza delle normali risonanze magnetiche. È stato grazie a questa tecnologia, capace di produrre immagini della migliore qualità possibile, che i ricercatori hanno notato il legame tra le dimensioni e la funzionalità dell’area tegmentale-ventrale, quelle dell’ippocampo e l’abilità nell’imparare nuovi concetti.

Una scoperta in controtendenza con le precedenti teorie che attribuivano alle placche amiloidi la responsabilità della malattia:

«A nostro avviso le placche amiloidi non sono il target corretto per la forma sporadica della malattia e non riflettono la severità dei sintomi. Il nostro studio e quello di D’Amelio sull’animale suggeriscono un meccanismo diverso per la degenerazione dell’ippocampo», afferma Annalena Venneri ad AdnKronos.

L’importanza della scoperta

Il nuovo legame tra dopamina e Alzheimer e, in particolare, tra la diminuzione della produzione del neurotrasmettitore e capacità di formare nuovi ricordi, potrebbe essere cruciale per riconoscere i primissimi sintomi della malattia.

Naturalmente, secondo i ricercatori, sono necessari altri studi per confermare definitivamente la teoria. I risultati ottenuti sono però importantissimi, perché possono aprire la strada a modi innovativi di leggere gli screening per la popolazione anziana, interpretando in chiave nuova le scansioni diagnostiche del cervello e utilizzando test diversi per la memoria. Una soluzione che può portare a un cambiamento di rotta anche nei trattamenti adoperati.

Purtroppo, però, la ricerca fa i conti con il ‘nodo’ dei finanziamenti. «Non è possibile quantificare il tempo necessario perché tutto dipende da quanto verrà investito per finanziare la ricerca necessaria a portare a questo risultato», conclude Venneri.

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