Home Nuove Scoperte Nano-spugne per assorbire petrolio in mare

Nano-spugne per assorbire petrolio in mare

509
0
CONDIVIDI

Un team di ricercatori americani hanno scoperto come recuperare fuoriuscite di greggio in bacini idrici e limitari i danni. Gli scienziati della Rice University e della Penn State University hanno scoperto che l’aggiunta di un pizzico di boro, un elemento chimico non metallico, durante la “crescita” di nanotubi di carbonio in grado di trasformare il materiale in un solido spugnoso con una straordinaria capacità di assorbire – in maniera reversibile – il petrolio. L’autore dello studio, Daniel Hashim, sostiene i blocchi ottenuti con questo processo possiedono sia caratteristiche  super idrofobiche (in modo da galleggiare senza problemi) che oleofile (per legare il petrolio più facilmente). Le “nanosponges”, che sono per oltre il 99% del loro volume aria, sono anche in grado di condurre l’elettricità e possono essere facilmente manipolati con i magneti. La speciale spugna può essere utilizzata più volte rimanendo elastica anche dopo circa 10.000 compressioni in laboratorio. Ma soprattutto è in grado di assorbire olio in quantità cento volte superiore al proprio peso, conservandolo per il successivo recupero.

Nel video di Hashim, possiamo vedere alcune delle straordinarie proprietà delle nanosfere:

Anche la lana grezza è adatta ad assorbire il petrolio. La lana grezza, o sucida, cioè quella tosata dalla pecora ma non lavata, ha una caratteristica particolare: è idrorepellente ma assorbe le sostanze oleose in quantità dieci volte superiori al proprio peso. Di questa caratteristica peculiare, nota fin dall’antichità, si è ricordato d’un tratto Luciano Donatelli, presidente della Unione industriali di Biella, nell’osservare le immagini del disastro ambientale occorso lo scorso agosto nel Golfo del Messico, il peggiore della storia.

L’idea di usare la lana grezza per assorbire le perdite di petrolio è stata comunicata al direttore dell’Associazione Tessili e Salute di Biella Mauro Rossetti e sviluppata dalla società locale Gruppo Creativi Associati che ha dato vita al progetto “Wores”. Dopo una breve ricerca è stato brevettato un kit d’emergenza da allestire su misura su qualsiasi imbarcazione.

Il kit è pensato per un’imbarcazione di 50 metri, prevede un serbatoio da un milione di litri per il petrolio recuperato, una stiva che contenga 10 mila chili di lana e una seconda stiva per la lana esausta. L’imbarcazione dovrà spargere i fiocchi di lana sulla macchia di petrolio; la lana inzuppata verrà poi recuperata da un nastro trasportatore e strizzata nel serbatoio per recuperare gli idrocarburi, poi rigettata in mare e recuperata di nuovo, per un totale di dieci/dodici volte. È stato così calcolato, spiega Rossetti, che “con 10 tonnellate di lana sucida ben 950 tonnellate di petrolio, pari a 6.350 barili. Petrolio che è poi direttamente processabile in raffineria”.

Il costo previsto dalla società per allestire il kit su una imbarcazione è di un milione di euro. Un costo, spiegano gli ideatori, recuperabile in 10 ore di lavoro. La lana grezza infatti ha un costo molto basso, circa 1 euro al chilo, mentre il petrolio recuperato verrebbe venduto al prezzo di mercato di 70/80 euro al barile. Con 10 mila chili di lana – dal costo di 10 mila euro – pare si possano recuperare circa 6.350 barili di petrolio, rivendibili a 500 mila euro.

Ora, perché soffermarci tanto a lungo sui risvolti economici – piuttosto che ecologici – di tale invenzione? Perché un’immagine tormenta chi scrive. Quella di un uomo – l’ideatore – che guarda la televisione “sconvolto dalle immagini del disastro del Golfo del Messico” causato dalla British Petroleum. All’improvviso, racconta egli stesso, si ricorda di una volta in cui, da bambino, era riuscito a rimediare ad un disastro in miniatura assorbendo con della lana la nafta versata in uno stagno. Ecco che nasce in lui un’idea improvvisa, semplice come solo le idee geniali sanno essere. Di rapida realizzazione – la lana da utilizzare è grezza, non trattata, e l’allestimento delle navi potrebbe essere pensato velocemente. Un’idea che avrebbe permesso – ipotizzano fieri gli stessi imprenditori biellesi – di risolvere il disastro in appena 20 ore di lavoro utilizzando al massimo 10.000 tonnellate di lana.

E cosa fa quest’uomo, che per qualche istante ha fra le mani la soluzione al peggior disastro ecologico di sempre? Chiama Mauro Rossetti, direttore dell’Associazione Tessile e Salute di Biella, e gli dice di interrompere immediatamente le vacanze, per via di una missione importante: “verificare la possibilità di sfruttare tecnologicamente le proprietà della lana”.

 

 

fonte “larepubblica”