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Linfonodi: cosa sono e perché compaiono

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Linfonodi: quando preoccuparsi?

I linfonodi sono rigonfiamenti che appaiano sotto pelle e spesso fanno pensare all’insorgere dei tumori. Ma nella gran parte dei casi non c’è nulla di cui preoccuparsi. I linfonodi, infatti, hanno una funzione difensiva e si ingrossano in caso di infezioni anche banali.

Rigonfiamenti che compaiono sotto la pelle e che fanno lanciare subito allarmi. Si chiamano linfonodi e sono meglio conosciuti come ghiandole linfatiche. Si presentano all’altezza del collo, inguine o ascelle e spesso ci portano a preoccuparci. Ma spesso non c’è alcuna ragione per farlo.

Linfonodi: si ingrossano in caso di infezione

Anche se spesso li associamo all’insorgere di malattie neoplastiche o di forme tumorali, i linfonodi nella maggior parte dei casi non devono preoccuparci. La loro funzione infatti è quella di contenere un certo numero di globuli bianchi e di difendere il nostro organismo quando c’è un’infezione in corso. Quando succede si ingrossano, soprattutto concentrandosi su tre zone del corpo: ascelle, inguine e collo. È per questo che può capitare, toccando uno di queste zone, di sentire un rigonfiamento. Farci prendere dal panico in questo caso non serve.

Linfonodi: sono costituiti da tessuto linfoide

La forma di un linfonodo è generalmente tondeggiante. All’interno si trovano le cellule del sistema immunitario, i linfociti, che si mettono in azione per affrontare pericolosi aggressori, come batteri o virus. Il linfonodo va a collocarsi sui vasi linfatici del corpo. Il linfonodo infatti percorre tutti i “distretti” del nostro corpo”, così come i vasi sanguigni. Il nostro corpo ne contiene circa 600.

Linfonodi: quando preoccuparsi

Oltre alle alterazioni della pelle possono essere svariati i sintomi dei linfonodi ingrossati, specie quelli che compaiono nel collo. Febbre alta, brividi, inappetenza, tachicardia, eccesso di sudorazione e stato di debolezza, sono tra quelli più comuni.

Anche se non sono sempre associabili al tumore, è  opportuno recarsi da uno specialista e farsi controllare. Nei casi più sospetti il medico in genere esegue una biopsia, aspirando con ago sottile del tessuto linfonodale per esaminarlo al microscopio. In genere l’esame è necessario in caso di febbre alta, perdita di peso, e un aumento del volume dei linfonodi in modo non simmetrico rispetto al corpo, come si legge sul sito di Airc.

Indagini di laboratorio

Ci sono poi alcune indagini di laboratorio che sono di estrema utilità nel processo di valutazione di un’adenopatia. L’esame emocromocitometrico, la sierologia virale e batterica (ad esempio per Citomegalovirus, virus di Epstein Barr, Toxoplasma), la valutazione degli indici di infiammazione – quali VES, proteina C reattiva, ferritina – e di funzionalità epatica e renale, l’elettroforesi delle sieroproteine e la ricerca di autoanticorpi possono orientare la diagnosi. La biopsia linfonodale è un prezioso strumento diagnostico.




La decisione di effettuare o meno la biopsia e i tempi in cui eseguirla dipendono essenzialmente dalla storia clinica del paziente e dalla presenza di reperti obiettivi che orientano verso la presenza di una malattia maligna.

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