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Fao: sempre più cibi bloccati alla frontiera perché contaminati da Ogm non dichiarati

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Lo scorso 20 marzo, la Fao ha reso pubblica un’inchiesta, condotta negli ultimi anni, in cui si evidenzia come i casi di mangimi e derrate alimentari bloccati alle frontiere siano aumentati, per la presenza di tracce di prodotti OGM non dichiarati.

L’inchiesta, riguardante i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, ha registrato un totale di 198 “incidenti” in 75 Paesi, tra cui anche l’Italia. Questi incidenti, come accennato sopra, riguardano la presenza di tracce di prodotti transgenici in alimenti o mangimi che in realtà non dovevano contenerne.

Il fatto curioso è che l’inchiesta è partita nel 2001, ma 138 incidenti su 198 sono avvenuti solo tra il 2009 e il 2012. Un dato che, secondo la Fao, dimostrerebbe una relazione diretta tra l’aumento dei casi e l’incremento di produzione di Ogm nel mondo.

La maggior parte dei prodotti bloccati era di provenienza americana, canadese o cinese. I cibi più interessati dalla contaminazione risultano essere: semi di lino, riso, mais e papaya, mangimi per animali domestici e soia.

Come fa notare Il Fatto Alimentare, nel 2010 anche una derrata di mais non Ogm partita dal nostro Paese è stata rispedita al mittente: i test di laboratorio hanno rivelato che era contaminata. Delle esportazioni italiane, dirette in Germania ed effettuate tra il 2003 e il 2013, ne sono risultate contaminate tre.

Per quanto riguarda le importazioni, invece, l’Italia ha bloccato alle frontiere, nel 2007 e nel 2009, cibo proveniente dagli Stati Uniti; nel 2010, mais per popcorn dell’Argentina e nel 2013 ancora popcorn argentini, già immessi sul mercato.

Ma che fine fanno i prodotti bloccati?

Una volta individuati, o vengono rispediti al mittente, o distrutti.

Secondo la Fao ci sarebbe una correlazione diretta tra il numero di test effettuati al fine di “scovare” gli Ogm nascosti e le merci bloccate. Renata Clarke, dell’Organizzazione, ha affermato: “Sembra che più test si fanno, più controlli di effettuano e più casi si trovano”.

Il problema, potrebbe essere però più esteso di ciò che si pensa, visto che 37 dei 75 Paesi coinvolti nell’inchiesta hanno affermato di non avere le risorse tecniche adatte per effettuare test di routine e hanno chiesto aiuto proprio alla Fao, al fine di migliorare le loro capacità.

Inoltre, a peggiorare la questione, concorre anche il fatto che non esistono allo stato attuale delle normative o politiche generali che definiscano in maniera univoca cosa si intende per “basso livello Ogm”. Così, ci sono Paesi più tolleranti e altri meno tolleranti. Nell’Ue questa soglia è lo 0,9%, ma solo per gli Ogm autorizzati al livello comunitario. Al di là di questo valore, scatta l’etichettatura. Per i prodotti transgenici non autorizzati a livello Ue, invece, non c’è un limite minimo, ovvero la soglia di tolleranza coincide con il livello di individuazione tecnica.

La contaminazione da Ogm può avvenire in ogni fase della catena di produzione alimentare: dalla coltivazione, alla trasformazione, fino ad arrivare all’imballaggio e allo stoccaggio dei prodotti durante il trasporto. Poi, può capitare che alcuni Ogm siano autorizzati nel Paese di partenza, ma non in quello di arrivo.

Dei Paesi coinvolti nell’inchiesta, ad esempio, 30 coltivano Ogm per ricerca o per la produzione commerciale, 17 non hanno regole o sistemi di sicurezza a riguardo, 55 hanno una politica di tolleranza zero nei confronti degli Ogm non autorizzati.

(Foto: Drregor)

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