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Etichette e trasparenza: l’indagine di Greenpeace sul tonno in scatola

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Tonno in scatola e trasparenza in etichetta. Greenpeace ha da poco pubblicato una recente indagine, effettuata sulle marche di tonno in scatola più conosciute, per comprendere se  le aziende, dal novembre 2011, fino a marzo 2014, abbiano fatto passi in avanti in termini di trasparenza e sostenibilità.

La prima indagine effettuata dai volontari dell’organizzazione risale a novembre 2011. La più recente, invece, è stata condotta tra gennaio e marzo 2014.

Dalle osservazioni e i confronti effettuati, salta subito agli occhi, afferma Greenpeace, l’effetto che la pressione dei consumatori ha ottenuto sulle diverse aziende produttrici di tonno in scatola che hanno dovuto così adeguarsi a standard di trasparenza più elevati. I consumatori, infatti, pretendono con maggior forza che le aziende diano loro le informazioni necessarie per effettuare acquisti consapevoli.

I volontari hanno passato al setaccio 4.095 confezioni di 14 aziende (20 marchi) nei negozi di 21 città italiane. Di questi, sono stati considerati: nome comune della specie di tonno, nome scientifico, area di pesca (oceano di origine e specifica area FAO) e metodo di pesca. Sono stati presi in considerazione prodotti confezionati sia in lattine che in vasetti di vetro. Esclusi dall’analisi invece i prodotti trasformati come sughi pronti o condimenti per insalate.

I risultati rivelano che undici marchi tra quelli analizzati hanno aumentato le informazioni sull’area di provenienza del pescato, anche se i dati sul metodo di pesca restano un punto critico.

In alcuni casi, si sono verificati miglioramenti tangibili, come ad esempio per Calvo/Nostromo, Mare Blu e Generale Conserve/As do Mar. Progressi anche per Coop, Mazzola/Maruzzella e per il marchio Moro di Icat Food, mentre ancora restano ancora al palo alcuni marchi come Mare Aperto/STAR e Carrefour. In assoluto, pur non facendo grandi progressi, resta elevato il livello di informazione ai consumatori di Coop e Esselunga.

Il problema maggiore, però, evidenzia Greenpeace, è riuscire a comprendere la sostenibilità delle pratiche di pesca dei tonni utilizzati per la realizzazione dei prodotti.

Cinque delle otto specie di tonno della filiera commerciale, tra cui il tonno pinna gialla, il più consumato in Italia, sono in pericolo per via di metodi di cattura distruttivi, oltre che di pesca eccessiva ed illegale.

Palamiti e reti a circuizione con “sistemi di aggregazione per pesci” (FAD), causano ogni anno la morte di migliaia di esemplari giovani di tonno, ma anche di squali, mante e tartarughe marine.

Proprio per questo, conclude Greenpeace, è necessario che l’intero settore conserviero garantisca una piena tracciabilità e trasparenza dei prodotti, impegnandosi a non adoperare specie a rischio e a non incoraggiare pratiche di pesca distruttive e illegali. L’ideale, infatti, sarebbe  impegnarsi a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile, per esempio con amo e lenza o senza FAD.

Anche se molti passi in avanti vanno ancora fatti, l’indagine ha comunque dimostrato che il potere che i consumatori hanno sulle scelte delle aziende.

I risultati della ricerca sono consultabili a questo link: http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/Indovina-che-ce-in-scatola/

(Foto: HikingArtist.com)