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Pet Therapy: gli amici a 4 zampe entrano nelle strutture sanitarie

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Aperte le porte delle strutture sanitarie a cani, gatti e conigli. La Pet Therapy viene in soccorso ai medici per i pazienti restii alle cure o affetti da disabilità. 

Cani, gatti ma anche conigli, gli animali che vengono addestrati per la “Pet Therapy”. Sono scelti perché dotati di caratteristiche fisiche particolari, associati a livelli di reattività molto bassi e buone capacità di memoria.

Un paziente che ha capacità fisiche, comportamentali e cognitive compromesse, grazie alla pet therapy è in grado di fare grossi miglioramenti e recuperare alcune funzioni, soddisfare bisogni affettivi e migliorare la capacità di socializzazione e responsabilità.

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L’animale viene in aiuto nel rapporto medico-paziente

La pet therapy però non è una terapia autonoma, utilizzata da sola, ma solitamente affianca la terapia tradizionale assegnata al paziente, facilitando l’interazione paziente-medico, soprattutto per quegli individui che si mostrano più reticenti alle visite e alle cure.

Viene utilizzata nel trattamento di diversi disturbi o disabilità, soprattutto in caso di bambini e anziani. La presenza di un animale permette in molti casi di consolidare un rapporto emotivo con il paziente e, tramite questo rapporto, stabilire sia un canale di comunicazione paziente-animale-medico sia stimolare la partecipazione attiva del paziente.

In quali casi si utilizza la pet therapy

La Pet Therapy viene frequentemente utilizzata nelle case di riposo per anziani o negli ospedali pediatrici. In questi contesti, la presenza di un cane, un gatto, un coniglio, riesce a generare un clima di gioia e affettuosità che ha effetti positivi anche nel rapporto con il personale sanitario.

La Pet Therapy è indicata inoltre per persone con difficoltà relazionali, in stato confusionale, affette da morbo di Alzheimer, sclerosi multipla, demenza, schizofrenia o ictus, disordini dello sviluppo, disabilità fisiche, difficoltà di parola, disturbi psichiatrici, disordini alimentari, disturbi della personalità, malattie terminali.
paziente.

Il riconoscimento della Sanità pubblica

Fu introdotta in America nel 1953 dallo psichiatra Boris Levinson, che la sperimentò sui bambini autistici. Levinson constatò che prendersi cura di un animale può calmare l’ansia, può trasmettere calore affettivo, e aiutare a superare lo stress e la depressione.

In Italia la pet therapy è riconosciuta ufficialmente all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, anche se poi viene demandato alle singole Regioni di gestire l’ingresso degli animali nelle strutture sanitarie, creando un panorama molto difforme in materia.

Tra queste, a distinguersi è il Veneto che, recependo la legge regionale 3/2005, ha redatto il MOR (Manuale Operativo Regionale regione Veneto) ed avviato un progetto di rete regionale per la pet therapy (net Pet Therapy).

Lo scopo di questo progetto è quello di realizzare:

  • Attività Assistite con gli animali, che consistono in interventi di tipo educativo-ricreativo e di supporto psico-relazionale, finalizzati al miglioramento della qualità della vita dei pazienti, affetti da handicap o disabilità.
  • Terapie Assistite con gli animale, che sono interventi individualizzati sul paziente, in supporto alle terapie tradizionali, per il miglioramento di disturbi della sfera fisica, motoria, psichica, cognitiva o emotiva.

Gli obiettivi di un intervento di Pet Therapy

Secondo le linee guida nazionali del Ministero Salute per le attività di riabilitazione, l’intervento riabilitativo viene finalizzato verso quattro obiettivi:
1. il recupero di una competenza funzionale che, per ragioni patologiche, è andata perduta;
2. l’evocazione di una competenza che non è comparsa nel corso dello sviluppo;
3. la necessità di porre una barriera alla regressione funzionale, cercando di modificare la storia naturale delle malattie croniche e degenerative riducendone i fattori di rischio e dominandone la progressione;
4. la possibilità di reperire formule facilitanti alternative.

Queste attività possono essere prescritte dal medico di base del paziente, dallo specialista che lo ha in cura, o dallo psicologo o psicoterapeuta che lo assiste. E coinvolgono una rosa di professionisti quali il veterinario, un coordinatore d’intervento (che può essere uno psicologo, educatore, infermiere, insegnate e figure analoghe), e un coadiutore dell’animale.

Sono sempre di più le strutture che si stanno adeguando e permettono l’ingresso degli amici a 4 zampe nelle strutture sanitarie. Ciò dimostra che sta avvenendo un’inversione cultura, e che si riconosce sempre più l’effetto benefico che il rapporto con l’animale ha sull’uomo.

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