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La corrida come patrimonio UNESCO: il modo distorto di concepire la cultura

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Una delle pratiche più crudeli perpetrate ai danni degli animali rischia di diventare patrimonio culturale dell’umanità: presto l’Unesco potrebbe inserire anche la corrida tra i patrimoni mondiali da tutelare.

Che ormai i tagli effettuati ci abbiano fatto dimenticare che cosa significhi veramente cultura è un dato di fatto, ma che si confonda una pratica cruenta e disumana, fondata sulla tortura spettacolarizzata degli animali, come fatto culturale, beh, ce ne vuole.

Eppure è ciò che sta succedendo in Spagna, dove la Commissione Cultura intende presentare richiesta all’Unesco per inserire la corrida nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

La proposta è stata votata in Commissione e, incredibilmente, è passata, non senza suscitare polemiche e malcontenti. Mentre infatti gli animalisti lottano affinché la Corrida venga abolita, le istituzioni lavorano alacremente affinché venga tutelata: se dovesse diventare davvero patrimonio Unesco, questa usanza non potrebbe più essere toccata.

La proposta ha comunque provocato una spaccatura del Parlamento: durante la votazione, infatti, hanno votato a favore il Partito popolare, che ha la maggioranza assoluta, e gli autonomisti della Navarra dell’Upn, mentre Psoe e Unione progresso e democrazia si sono astenuti. Tutti gli altri si sono schierati contro.

Il prossimo passaggio sarà inviare il testo del provvedimento al Senato che, se deciderà per l’approvazione, potrà avviare l’iter di richiesta ufficiale all’Unesco.

Secondo quanto si apprende dall’articolo comparso su Repubblica, l’iniziativa sarebbe partita in Catalogna dove la Federazione della corrida avrebbe portato davanti al Congresso una petizione di 600 mila firme.

Si legge: “Il documento originariamente mirava al riconoscimento della corrida come bene culturale spagnolo. In questo modo le pressioni delle associazioni ambientaliste e degli animalisti sarebbero inutili; diventerebbe impossibile infatti vietare la tauromachia come è accaduto in Catalogna. In Commissione, però, il Partito popolare è andato oltre proponendone il riconoscimento addirittura come patrimonio culturale immateriale dell’Unesco”.

Secondo i sostenitori del provvedimento, la Corrida costituirebbe un patrimonio che comprende tutte le espressioni sociali e culturali legate alla tauromachia e quindi rientrerebbe nei parametri dell’Unesco.

Un modo un po’ particolare di intendere il termine “cultura”, non c’è che dire.

A opporsi al provvedimento, anche l’eurodeputato Andrea Zanoni, vice Presidente dell’Intergruppo per il Benessere e la conservazione degli Animali al Parlamento europeo, che avrebbe affermato: “La morte di un animale tra atroci sofferenze non può essere spettacolarizzata e soprattutto non è patrimonio dell’umanità. La società del XXI secolo deve essere improntata sul rispetto della vita ed è inaccettabile che si possa anche solo pensare che l’uccisione lenta e dolorosa possa rientrare nell’elenco delle ricchezze culturali dell’Unesco”.

Mettiamo un attimo da parte la confusione creata dalla necessità di comprendere come la morte (dopo tortura) di un animale possa rientrare all’interno dell’accezione “Cultura” e cerchiamo di ricordare un’altra polemica nata appena qualche mese fa e legata sempre alla pratica della Corrida.

A metà maggio, uno studio condotto da ERC/Catalonia Sí, avrebbe denunciato che circa 129 milioni di euro di fondi agricoli europei vengono destinati ogni anno all’alimentazione dei tori destinati alle corride. L’accusa, lanciata a Bruxelles da alcuni eurodeputati spagnoli, si basa su una stima condotta sui soldi spesi per ettaro per l’alimentazione dei tori. Raul Romeva, allora, aveva già chiesto alla Commissione di bloccare il finanziamento spiegando che “la maggior parte della popolazione è contro le corride e, in un momento in cui la Ue sta promuovendo il benessere animale, non ha senso spendere tanto per finanziare una festa tradizionale che tortura gli animali”.

Ora dovrà invece cercare di far capire che, al contrario di quanto i suoi colleghi pensano, fare Cultura non significa lucrare sulle sofferenze degli esseri viventi.

(Foto: Vladimir Terán Altamirano)

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