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Capodogli spiaggiati in Abruzzo: la colpa potrebbe essere della ricerca petrolifera in mare

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Era già successo nel 2009, ora la storia si è ripetuta. Il 12 settembre scorso, a Vasto (Chieti) sette capodogli, tutte femmine, si sono arenati sulla spiaggia. Di questi, tre sono morti e quattro sono stati invece salvati.

Una delle femmine che ha perso la vita era incinta. Secondo quanto affermato a Il Fatto Quotidiano, da Giuseppe Di Marco, presidente di Legambiente Abruzzo, la colpa sarebbe della ricerca petrolifera in mare: “La presenza del gas nel sangue dei mammiferi conferma i nostri sospetti: lo spiaggiamento potrebbe essere causato dall’air-gun”.

L’air gun, letteralmente “pistola d’aria” è una delle tecniche più utilizzate per la ricerca di petrolio nei fondali marini. Sono delle potenti esplosioni, onde sonore da 330 decibel che, rimbalzando, rivelano l’esistenza delle fonti petrolifere. Queste esplosioni, però, spaventano e disorientano i mammiferi. Si pensa che i capodogli spiaggiati sulle coste abruzzesi siano finiti intrappolati sui bassi fondali. Il gas presente nei loro vasi sanguigni li avrebbe portati a una riemersione troppo rapida che potrebbe aver causato un’embolia.

Le ipotesi naturalmente saranno confermate solo dai risultati delle autopsie che gli esperti stanno effettuando sul corpo degli animali.

Come abbiamo accennato in apertura, l’episodio non è il primo del suo genere. Nel 2009, infatti, altri sette capodogli sono spiaggiati sul litorale della Foce Varano, proprio a causa dell’air gun.

Secondo quanto ricostruito al tempo, in base agli accertamenti, i cetacei sarebbero morti per lo schiacciamento del diaframma. Gli animali, infatti, a dispetto della loro grossa mole hanno degli organi interni molto sensibili che vengono disorientati o addirittura distrutti dalle alte frequenze e dai forti rumori emessi dalle apparecchiature utilizzate. Anche se le dinamiche di morte appaiono diverse, la causa potrebbe essere sempre la stessa: la sete di denaro dell’uomo.

Ma non è tutto. Purtroppo, questa particolare pratica di ricerca di idrocarburi potrebbe incrementare nell’Adriatico a seguito del decreto Sblocca Italia, presentato dal governo Renzi. Come abbiamo già visto, con questo decreto, si prevede che per “valorizzare i non trascurabili giacimenti di idrocarburi presenti sul territorio nazionale” vengano sbloccati investimenti, ipotizzabili in 15 miliardi di euro. Oltre a una semplificazione delle procedure di rilascio dei titoli minerari.

Legambiente prevede che, nel giro di pochi anni, potrebbero spuntare come funghi trivelle in mare che dall’Alto Adriatico (dove ne sono già previste 19), percorrendo tutta la dorsale, arriverebbero fino alla Sicilia.

Concessioni che, come denunciato da Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, consentirebbero alle piattaforme petrolifere di stazionare anche a poco più di 20 km dalla rive e vicinissimo ad aree protette e riserve naturali. Un vero e proprio disastro per l’ecosistema marino.

Nel frattempo, i corpi dei capodogli sono stati rimossi dalla spiaggia. Ora sarà compito del Cert (Cetacean stranding Emergency Response Team) dell’università di Padova, a dare un’interpretazione ai campioni prelevati. Secondo Sandro Mazzariol, del Cert, non può essere esclusa nessuna causa. Allo studio ci sono varie ipotesi.

Da lunedì partirà il lavoro di raccolta dati. La prima cosa, ha spiegato Mazzariol, sarà mandare “le foto per avere una carta di identità degli animali. Poi seguirà il lavoro di ricerca di patogeni, quindi le indagini tossicologiche”.

I tempi, però, rimangono lunghi. Le prime risposte potrebbero arrivare anche tra un mese.

Rimane comunque chiaro come il futuro debba guardare a fonti di energia più pulite e soprattutto sostenibili. Considerato anche che, nonostante ci si affanni a spremere ancora i mari italiani del loro petrolio, le fonti fossili, secondo Greenpeace, basterebbero a malapena a coprire il fabbisogno di due mesi di consumi del sistema paese.

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