Water Footprint

L’Arpa, ovvero l’Agenzia Regionale per la protezione dell’ambiente, definisce l’impronta idrica di un prodotto come la somma dei volumi di acqua dolce impiegati in tutto il ciclo di vita del prodotto stesso. La water footprint corrisponde alla somma di tre componenti: consumo di “acqua blu” (acqua di superficie o di falda che evapora durante il processo produttivo e che quindi non può essere più riutilizzata), consumo di “acqua verde” (acqua piovana incorporata nel terreno o evaporata durante il processo di crescita delle colture) e consumo di “acqua grigia” (acqua necessaria per purificare dagli agenti inquinanti il sistema idrico durante il processo di produzione). Ad incidere sul ciclo idrogeologico non è solo il water footprint totale, ma la diversa percentuale di impronte idriche parziali, cosicché due prodotti con una stessa impronta idrica totale avranno diversi impatti sull’ambiente: più sostenibile quello con una maggiore green footprint, più invasivo sugli equilibri dell’ecosistema quello con una maggiore blue footprint.  La comparazione, nel calcolo dell’impronta idrica di un prodotto, viene condotta considerando sia i prodotti alternativi sia i prodotti realizzati in zone con differenti caratteristiche geoclimatiche. Lo studio dell’impronta idrica, dal nome “Water Footprint of Nestlé’s ‘Bitesize Shredded Wheat”, nasce nel contesto di un meeting del Water Footprint Working group (WFWG), un’associazione costituitasi nel 2007 per sviluppare e diffondere il concetto di impronta idrica.

L’indagine condotta da Nestlé ha calcolato che per produrre un pacchetto di cereali da 750 mg di Bitesize Shredded Wheat sono necessari 274 litri di acqua (dieci volte in meno dell’acqua che secondo il WWF Italia serve a produrre un hamburger), di cui 226 litri di “acqua verde”, 47 di “acqua grigia” e 1 litro di “acqua blu”. Un tipica colazione composta da una razione di 43 gr di cereali e 125 gr di latte parzialmente scremato, avrebbe invece una impronta idrica di 106 litri di acqua, di cui appena 16 derivati dal consumo di cereali e 90 dal consumo di latte. Commentando quest’ottimo risultato, gli studiosi della Twente University sottolineano l’importanza di ridurre ulteriormente i consumi di acqua blu e grigia, in previsione di un aumento della popolazione e conseguentemente del consumo di acqua blu del 20-30% nelle aree di coltivazione della varietà di frumento Bitesize Shredded.

L’irrigazione delle culture è, come riportato nel WWF report 2011 sull’impronta idrica, uno dei più usuranti tra gli step di produzione, poiché utilizza il 70-80% di tutta l’acqua dolce destinata al consumo umano (pari al 54% dell’acqua dolce accessibile totale). L’utilizzo intensivo di acqua ha oggi raggiunto livelli allarmanti, tanto da sensibilizzare le maggiori imprese mondiali, tra cui Nestlé, a rispondere alla sfida della scarsità d’acqua dolce a livello mondiale facendo un uso più sostenibile della risorsa acqua. Nestlé, da anni impegnata nel ridurre il consumo di acqua nelle proprie operazioni, è membro del Water Footprint Network, organizzazione nata nel 2009 con l’obiettivo di collegare in modo strutturale privati, enti pubblici non governativi, sviluppatori di strumenti e standard per il water management, governi e Nazioni Unite.

 

 

Agnese Tondelli

Fonte“san pellegrino”

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Gino Favola

Laureato in Scienze Politiche, da sempre sono stato appassionato dai temi della tutela dell'ambiente e della sostenibilità. Da sempre convinto che l'economia debba essere ricondotta sotto le leggi della società civile, mi sono interessato a letture come quelle di Tiziano Terzani, Simone Perotti, Michael Pollan. Mi occupo nello specifico della sezione " ecoreati" per dare uno strumento in più, una sentinella attiva nel territorio, che da voce a tutte le segnalazioni dei nostri lettori che condividono con noi la sensibilità per la difesa dell'ambiente e della natura.

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