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Vi racconto il paese che non inquina e vuole eliminare l’uso del petrolio

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Monteveglio, la prima in Italia a dire NO al petrolio

La transizione di Monteveglio, frazione di Valsamoggia, in provincia di Bologna, che vuole diventare completamente libera dal petrolio.

Monteveglio è stato un comune italiano fino al 2013. Oggi, in seguito a un referendum locale, è stato inglobato in Valsamoggia, in provincia di Bologna. Nonostante questa ‘assimilazione’, Monteveglio è riuscita a mantenere una propria forte identità. Come? Perché ha fatto una scelta radicale. Ha deciso di abbandonare per sempre il petrolio e diventare una città di transizione.

Ecco l’incredibile esperimento che ha coinvolto le 5mila anime della frazione.

Città di transizione

Innanzitutto capiamoci su questo: che cos’è una città di transizione? L’idea è nata nel 2005 da un gruppo di studenti della città di Totnes, in Inghilterra. Durante un’esercitazione didattica al college, agli allievi era stato chiesto di organizzare la propria esistenza in un mondo senza petrolio.

Da questo semplice progetto, è nato un vero e proprio processo di riorganizzazione delle comunità locali. Una riorganizzazione che si basa su 3 principi fondamentali:

  • Rifiuto di ogni prodotto del petrolio e derivati
  • Recupero di conoscenze e competenze ‘antiche’ pre-industriali
  • Coltivazione della terra e conservazione del cibo all’insegna del risparmio energetico e della coordinazione delle risorse e delle comunità locali.

Il movimento si è poi diffuso in tutto il mondo ed è arrivato anche in Italia, dove sono ormai decine le realtà consolidate. Ad aprire la strada fu proprio Monteveglio, nel 2008.

L’esempio di Monteveglio: tutto parte dall’energia

Presente nel Parco regionale dell’Abbazia, con 400 ettari di vitigni e frutteti, produzione di vini doc dei Colli bolognesi, dal Pignoletto allo Chardonnay. È anche questo Monteveglio: un’oasi naturale nel cuore dell’Italia.

Per preservare questo piccolo mondo green, già da qualche anno gli abitanti hanno fatto una scelta radicale. Nel 2008 è diventata infatti la prima città italiana di transizione.

L’idea è quella di amministrare bene ciò che c’è, per tradurre lo sviluppo sostenibile in proposte e atti concreti. Come si fa? Modificando innanzitutto il proprio stile di vita, i consumi. Facendo attenzione a edilizia pubblica e privata. Riciclando tutto il possibile (rigettando anzi in toto il concetto di ‘rifiuto’) e utilizzando solo energia pulita.

Tutto è partito dai cittadini, un gruppo dei quali si è mosso in prima persona per ‘tornare’ alla terra. E quindi orti in condivisione, giardini archeologici per le specie dimenticate, autosufficienza. L’esempio dei pochi ha attirato le attenzioni di molti. Fino ad arrivare alle porte delle istituzioni.

8 anni fa, il Comune incentivava i cittadini a entrare nei gruppi di acquisto di pannelli fotovoltaici. L’obiettivo: portarne almeno uno su ogni tetto della città. L’ente si sarebbe sobbarcato costi di consulenza e autorizzazione.

La prima cosa da fare, però, era dare il buon esempio: e così il Comune dava autorizzazione solo agli edifici completamente autosufficienti dal punto di vista energetico. E così è stato per il Centro sportivo e la scuola elementare.

Recupero delle acque piovane, solare termico, coibentazione. Ccn inevitabili ricadute positive anche sui costi di gestione delle strutture: bollette praticamente a zero.

Coinvolte in pieno anche le attività produttive locali. «Dobbiamo liberarci dalla schiavitù del petrolio, e possiamo farlo soltanto se la pubblica amministrazione, l’industria e i cittadini vanno tutti nella stessa direzione» dice Gian Pietro Beghelli, presidente del gruppo, che a Monteveglio ha i propri stabilimenti e ha contribuito alla transizione cittadina.

Non solo transizione: la Permacultura a Monteveglio

Davide Bochicchio della locale Associazione Streccapogn, spiega la genesi e la messa in atto del progetto:

Secondo Davide, ormai “non sappiamo più fare niente“. Abbiamo cioè perso tutte quelle buone pratiche di autoproduzione, che il consumismo selvaggio e la cultura contemporanea dello spreco ci hanno portato via da tempo. Di fronte all’intensificarsi della crisi e dei cambiamenti climatici, questo non è più accettabile.

Abbiamo soprattutto perso il concetto stesso di comunità:

Siamo degli individui che, sprecando un sacco di energia, vivono separati l’uno dall’altro e quindi siamo assolutamente vulnerabili”.

La cosiddetta permacultura vuole sovvertire proprio questo trend. Un concetto che abbraccia sì l’agricoltura sostenibile e la gestione etica del suolo. Ma che va a coinvolgere un gruppo di persone, una comunità, per un ritorno a una visione più umana dell’esistenza.

Foto: Matteo Castaldo

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