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Modelli di gestione dell’acqua per il futuro

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L’acqua è un bene pubblico. Lo abbiamo deciso in tanti al referendum del 2011 dove rispedivamo al mittente le folli proposte neo-nucleari. Hanno però tentato di “violentare” a colpi di manovre parlamentari ciò che volevano i cittadini ma non gli è andata bene (http://ambientebio.it/il-popolo-del-referendum-vince-per-la-seconda-volta/). Allora siamo qui a chiederci quale sia il modello di gestione per l’acqua pubblica, visto che i fenomeni della politica vorrebbero modificare l’attuale stato delle cose. Modelli vincenti ed ecosostenibili esistono e vi portiamo l’esempio: gli acquedotti rurali presenti nell’ appennino reggiano, rappresentano una vera e propria rivoluzione in termini di gestione dell’acqua come bene pubblico. Vennero costruiti dai contadini, piccone e pala alla mano,dove c’erano fonti e corsi d’acqua: strutture efficienti, che dopo mezzo secolo funzionano ancora. Antieconomici? 40 euro circa, la spesa annua per ogni abitante, che deve semplicemente far fronte alle spese di gestione e manutenzione.

A parlarne, dei cittadini di Villa Minozzo, Graziano Malvolti e Benedetto Valdesalici, e Tommaso Dotti, membro del Comitato Acqua Bene Comune di Reggio Emilia. Dal loro incontro è nato un documentario, “La montagna incantata”: “si chiama Picc e Pala con un titolo che rende omaggio al lavoro di pala e piccone dei contadini. È una storia di acqua pubblica e beni comuni, all’epoca di multiutility e manager strapagati, che riaccende la discussione su di un sistema da troppo tempo ignorato, ma presente in tutta Italia. E se gli oppositori rivendicano il fatto che le realtà siano sempre molto piccole, gli autori rispondono con l’esempio di San Bartolomeo, frazione della città di Reggio Emilia, che si serve di un acquedotto rurale.

“L’acqua pubblica è più buona rispetto alle altre”, dicono così gli abitanti dell’appennino reggiano intervistati da Valdesalici e Malvolti, anziani depositari di una tradizione comunitaria che non hanno nessuna intenzione di abbandonare. “Abbiamo deciso di portare avanti questo progetto, – dicono gli autori del documentario autofinanziato, “per cercare di parlare di questa terza via sconosciuta ai più. Pensavamo di andare a recensire un territorio rurale caratterizzato da piccole strutture e invece abbiamo trovato una soluzione per il futuro”.

Il meccanismo si pregia della semplicità come sua maggiore virtù: gli acquedotti rurali fanno arrivare nelle case l’acqua direttamente dalle fonti e la spesa dei cittadini è solo quella della manutenzione.




I cittadini sono i soci e riuniti in consorzi, si incontrano periodicamente per parlare dello stato del sistema idrico, dove il presidente è un volontario eletto ogni anno. “È una gestione democratica di un bene pubblico”- aggiunge Graziano Malvolti, – dove i cittadini non sono clienti, ma utenti. Si tratta di una soluzione per il futuro, ma a patto che la gente abbia coscienza. Solo perché non abbiamo il contatore non vuol dire che possiamo tenere aperto il rubinetto finché vogliamo”.

È stata la legge 911 del dopoguerra a permettere la costruzione di tali acquedotti, quando lo Stato proprio per permettere la ricostruzione, offrì la possibilità agli abitanti di quelle zone di pagare la struttura in cambio di manodopera.

Gli acquedotti rurali sono rivoluzionari perché sono il simbolo della resistenza al mercato, il piccolo che si oppone al gigante, il cittadino che difende il territorio dalla finanza”.

Febbio, Riparotonda, Monte Orsano, Coriano, Santonio, Cavizzo, Cadignano, Gazzano, Sommaterra, Pietracchetta, Casepelati, Cervarolo, Case di Civago, Civago, Romita, Triglia, Pizzola, Sologna, sono i 18 acquedotti rurali censiti dal documentario, e che corrispondono alle frazioni del Comune di Villa Minozzo, che invece è gestito da Iren. “Non si tratta di essere egoisti – aggiunge Benedetto Valdesalici, – ma di essere consapevoli di quello che si ha. Siamo partiti con l’idea che le differenze sono utili e che un altro modo di gestire l’acqua è possibile ed è quello che abbiamo trovato.

È difficile riproporre questo sistema in grandi città come Reggio Emilia, ma di certo è una soluzione che potrebbe funzionare su piccola scala”. Un acquedotto costruito e gestito dai cittadini, dove il tubo lo ripara il fabbro del paese e una volta per tutte e se hai bisogno di un’informazione sulla rete idrica bussi al vicino, invece che chiamare un call center a Genova o Torino.Potrebbe funzionare a maggior ragione dove le amministrazioni pubbliche tentano di svendere al miglior offerente la gestione con rincari esorbitanti. Cartoline d’altri tempi che in appennino continuano a funzionare e che forse, dicono i protagonisti, potrebbero essere il modello per rivoluzionare il rapporto tra acqua e cittadini.

 

Tratto da “il Fatto Quotidiano”

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