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L’inquinamento dopo lo tsunami

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Tutti ricordiamo lo tsunami devastante del 2004 che in seguito ad un terremoto di magnitudo 9 provocò un onda anomala di 10 metri che uccise 16.000 persone. I detriti causati da questo fenomeno hanno vagato, trasportati da correnti, per miglia e miglia in tutto l’Oceano Pacifico andandosi a fermare sulle coste dell’Alaska. I detriti sono composti da legname, contenitori con sostanze inquinanti, polistirolo usato nell’allevamento di ostriche e molti altri rifiuti. Il gruppo di volontari organizzato dalle autorità, comincerà l’opera di bonifica dal prossimo venerdì, un’operazione destinata certamente a ripetersi visto che secondo stime fornite dal Governo giapponese nell’oceano galleggiano ancora oltre 1,5 milioni di tonnellate di detriti. Ma non è solo l’isola galleggiante a preoccupare gli esperti dell’ambiente. A far paura è anche una enorme nuvola di smog provocata dalle emissioni di gas serra di Cina ed India. Una nuvola bruna che assorbe la luce solare e, indebolendo le correnti d’aria, fa aumentare le temperature. Questa massa d’aria, che grava nei cieli cinesi ed indiani, continua ad accrescersi e nella sua lenta deriva minaccia il territorio degli Stati Uniti dove, secondo uno studio del National Center for Atmospheric Research di Boulder in Colorado, potrebbe portare ad un innalzamento della temperatura di 0,4° gradi centigradi entro il 2024 mentre la Groenlandia e il Canada settentrionale potrebbero subire un raffreddamento di circa 0,25 gradi. Un calo delle temperature che comunque non influirebbe in modo significativo sul riscaldamento di quelle stesse aree dove si asssite già ad un relativamente rapido scioglimento dei ghiacci.

 

 

Agnese Tondelli