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Giornata mondiale dell’acqua: occhio al consumo di “acqua virtuale”

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Il WWF, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo), ha reso noto un rapporto che mostra per la prima volta quanta acqua è nascosta nel cibo che consumiamo. L’obiettivo è rimarcare l’importanza di questo bene prezioso e far comprendere i rischi che stiamo correndo in Italia: siamo il terzo Paese al mondo importatore di “acqua virtuale”. Ecco perché.

Il rapporto del WWF, chiamato “L’impronta idrica dell’acqua” e realizzato da Marta Antonelli e Francesca Greco del King’s College London, distingue due componenti essenziali: l’impronta idrica della produzione e quella del consumo di acqua.

Un essere umano, per sopravvivere, ha bisogno di 4 litri di acqua al giorno. Concretamente, però, ne utilizza in misura decisamente maggiore, per cucinare e per tutti gli altri usi domestici: il consumo medio quotidiano di una famiglia europea si aggira attorno ai 165 litri.

È già tanto. Se però all’interno di questa cifra inseriamo anche il consumo di acqua che non vediamo, i numeri lievitano in maniera esorbitante. Cosa intendiamo per “acqua virtuale”? Intendiamo tutta quell’acqua che serve per produrre il cibo e far funzionare le industrie, calcolata in “impronta idrica”.

L’impronta idrica in Italia, cioè la quantità di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi, è pari a 132 miliardi di metri cubi l’anno, 6.309 litri pro capite al giorno.

Siamo il terzo importatore netto di acqua virtuale al mondo (62 miliardi di metri cubi l’anno), dopo Giappone e Messico e prima di Germania e Regno Unito.

Questo complica un po’ di più le cose. Soprattutto se si considera che solo il 2,5% dell’acqua che copre il pianeta è dolce e, di questa, solo l’1% è immediatamente disponibile per il consumo.

Per molto tempo, questa percentuale è bastata a coprire il fabbisogno. Ora, invece, si corre il rischio che questo patrimonio prezioso non sia più sufficiente, a causa dell’assalto alle zone umide, della crescita demografica e dell’inquinamento.

In Italia, è l’agricoltura il settore economico più assetato con l’85% dell’impronta idrica della produzione, comprendendo l’uso di acqua per la produzione di colture destinate all’alimentazione umana e al mangime per il bestiame (75%), e per pascolo e allevamento (10%). Il restante 15% dell’impronta idrica della produzione è suddiviso tra produzione industriale (8%) e uso domestico (7%).

Francesca Greco, la ricercatrice del King’s College di Londra che assieme a Marta Antonelli ha curato lo studio, spiega: “In Italia il consumo di cibo è responsabile dell’89 per cento dei consumi di acqua e questo dato ci dovrebbe aiutare perché la dieta mediterranea ha un impatto idrico molto minore di quella a base di carne. Peccato che negli ultimi anni il nostro stile di vita sia peggiorato: importiamo grandi quantità di beni che richiedono molta acqua come la carne di maiale tedesca”.

Non solo abbiamo aumentato i consumi di carne (una bistecca da 3 etti costa 4 mila litri di acqua), spiega il WWF, ma siamo passati da sani prodotti made in Italy, a carni d’importazione provenienti da allevamenti intensivi.

Secondo Francesca Greco, “sul risparmio idrico è stata fatta molta comunicazione ma sul versante sbagliato: si parla quasi solo dei consumi nelle case che valgono il 4 per cento del nostro bilancio complessivo. Visto che i prodotti di origine animale rappresentano quasi la metà dell’impronta idrica totale dei consumi, in Italia per migliorare dovremmo puntare con forza sul made in Italy, sui prodotti da pascolo, sul chilometro zero, sulla dieta mediterranea”.

Il rapporto del WWF si inserisce all’interno della roadmap di avvicinamento all’EXPO Milano 2015 che vedrà l’associazione impegnata in una serie di iniziative volte a sensibilizzare sul tema dell’alimentazione sostenibile, coinvolgendo nel dialogo istituzioni, imprese e cittadini.

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(Foto: aguscr)