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Shell abbandona il progetto di trivellare l’Artico. Per il momento

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Sono passati poco più di dieci anni da quando la compagnia petrolifera Shell ha deciso di dedicarsi a un ambizioso progetto pioneristico: trivellare il Mar Glaciale Artico. Da allora si sono susseguite numerose lotte tra interessi petroliferi e associazioni ambientaliste, fino all’ultima notevole notizia di qualche giorno fa che ha visto la Shell abbandonare il suo progetto. Almeno per il momento.

Da anni Shell tenta di impadronirsi del combustibile presente in una delle zone più ostili del pianeta: l’Artico. Novanta miliardi di barili di petrolio, circa, che hanno portato la compagnia a tentare qualsiasi cosa per appropriarsene.

Oggi, nel 2014, la situazione appare alquanto differente.

Il direttore esecutivo di Shell ha infatti annunciato agli investitori che, per il secondo anno consecutivo, la compagnia non eseguirà le trivellazioni nell’Artico, nonostante per il progetto siano stati spesi già 5 miliardi di dollari.

Sembra che la decisione sia stata determinata da una sentenza emessa dalla Corte di giustizia di San Francisco, secondo la quale il governo americano avrebbe sottostimato la quantità di petrolio presente nella regione. Questo avrebbe invalidato il permesso di trivellamento concesso alla compagnia.

Una buona notizia quindi per tutte le associazioni e le popolazioni indigene che hanno portato il caso alla Corte di giustizia e, in tutti questi anni, hanno lottato contro gli interessi del colosso petrolifero.

Una vittoria che per Shell, invece, rappresenta un’ulteriore battuta d’arresto, dopo i disastrosi tentativi di trivellare l’Artico, culminati nel 2012 con il naufragio della piattaforma Kulluk, che costò all’azienda più di un milione di dollari di multe a causa dell’inquinamento.

Nello stesso anno, il progetto di Shell aveva già subito importanti ritardi a causa della difficoltà di allineare le navi di perforazione ai requisiti di autorizzazione. Poi ha dovuto affrontare imprevisti estivi a causa dei flussi di ghiaccio e ha deciso di installare solo la parte superiore dei pozzi nel Mare di Chukchi perché era a corto di tempo.

Secondo alcuni analisti, la compagnia non se la sta passando bene. Le battute d’arresto avute in tutto il mondo hanno portato a una svalutazione dei progetti. C’è anche chi afferma che questo ritardo sia inserito all’interno di una strategia del nuovo amministratore delegato della compagnia, finalizzata a spostare i soldi in progetti più immediati e dai risultati più certi.


Intanto, le associazioni gioiscono per questo risultato.

Michael Brune, direttore di Sierra Club ha affermato: “L’annuncio della Shell è un’ulteriore conferma di quanto stiamo dicendo tutti insieme: la trivellazione nell’Artico è un affare rischioso e pericoloso, per le compagnie, per l’ambiente e per il nostro clima. L’Oceano Artico è l’ultimo posto dove dovremmo estrarre  petrolio. I mari artici sono la casa di tutta la popolazione di orsi polari degli Stati Uniti e rappresentano un’importante rotta migratoria per la balena franca della Groenlandia e i beluga. Sono anche il posto dove ci sono alcune delle condizioni più estreme e pericolose del pianeta e stoccaggi di carbonio inquinante che, se rilasciato, potrebbero alterare drammaticamente il nostro clima, rendendo inutili le misure positive per combattere la crisi climatica”.

Brune si augura inoltre che l’amministrazione Obama approfitti di questo tempo per fare una valutazione completa delle concessioni attuali nell’Artico, prendendo in maggiore considerazione l’energia pulita e le alternative di trasporto intelligenti.

Di sicuro, Shell ha commesso numerosi errori: ha sottovalutato il potere dell’opinione pubblica e ha pensato che l’Artico fosse un posto qualsiasi dove poter trivellare. Non è invece così. Trivellare il Mar Glaciale Artico non sarà mai un’operazione sicura e un possibile disastro petrolifero avrebbe conseguenze terribili su persone e animali. Utilizzare poi il pretesto dello scioglimento dei ghiacciai per estrarre più petrolio, non rende l’idea più sensata.

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(Foto: Greenpeace)

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