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Rischi e omissioni del progetto Vela 1 di Eni in Sicilia

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Trivellare nello stretto di Sicilia, alla ricerca di idrocarburi gassosi: questo il progetto denominato “Vela 1” di Eni. Un progetto per cui è stato presentato uno Studio di impatto Ambientale (SIA) e su cui sono intervenute numerose associazioni, tra cui anche Greenpeace.

E in questi giorni, proprio Greenpeace ha pubblicato un briefing in cui vengono svelati dubbi e sospetti sull’operazione che la società vorrebbe condurre al largo del comune di Licata (Agrigento).

In particolare, i dubbi riguarderebbero lo studio di impatto ambientale presentato da Eni che, secondo l’organizzazione, minimizzerebbe i rischi derivanti dalla costruzione di una struttura del genere.

I punti contestati sono diversi, tra cui l’assenza di un nome specifico a cui affidare la garanzia dell’esecuzione dell’impianto e la mancanza di una reale valutazione della gravità degli impatti ambientali e sociali delle trivellazioni. Ancor più importante, il fatto che non venga presa in considerazione l’eventualità – remota ma pur sempre esistente – dello sversamento di idrocarburi nell’ambiente e le conseguenti modalità per far fronte al problema.

Lo sversamento, spiega Greenpeace, potrebbe avvenire per due cause: un aumento di pressione nel pozzo esplorativo che superi la capacità di contenimento e delle condizioni meteo estreme, tra cui il verificarsi di tempeste eccezionali. Qui, l’ente non specificherebbe né a chi affidare la risoluzione del problema, né, in maniera precisa, come farlo.

Come ricorda Greenpeace, episodi di sversamento sono già accaduti in passato e hanno causato danni di importante impatto ambientale. È ancora vivo, ad esempio, il ricordo di ciò che è accaduto nel mare di Azov, dove l’analisi della situazione avrebbe indicato “l’esistenza di una relazione di causa-effetto tra la mortalità di massa dei pesci e i grandi quantitativi di input di gas naturale nell’acqua, dopo l’incidente”.

Il gas fuoriuscito durante l’incidente era metano. E metano è il gas che verrebbe accumulato nella struttura di trivellazione progettata da Eni. Greenpeace precisa: “Ovviamente lo Stretto di Sicilia è un sistema del tutto diverso, anche se Eni pare avere le idee confuse sull’oceanografia dell’area”. Grave è, ad esempio, il fatto che il SIA presentato da Eni preveda l’esistenza di tre strati sovrapposti di acqua nella zona analizzata, quando invece la massa di liquido si distribuisce solo su due, tra l’altro quasi immiscibili.

Ma non è tutto. Anche se non ci fosse rilascio di idrocarburi, ma solo di metano, le conseguenze sarebbero gravissime “gli effetti di un possibile incidente rilevante al pozzo esplorativo VELA1 metterebbero in ginocchio un’ampia fetta del comparto peschereccio siculo, considerando che la pesca nello Stretto di Sicilia realizza oltre il 65 per cento del fatturato” a cui andrebbero ad aggiungersi anche i riflessi negativi sulle attività turistiche. Senza contare l’incidenza anche sui flussi migratori degli uccelli che, per il SIA, non esisterebbero.

Altri impatti sottovalutati nel documento sarebbero:

  • le emissioni in aria;
  • il rilascio di sostanze chimiche;
  • le perdite non rilevanti di idrocarburi liquidi;
  • l’inquinamento acustico.

Un progetto importante sviluppato, però, senza un’opportuna valutazione dei rischi. Omissioni di impatti ambientali gravi che, se si verificassero, potrebbero portare a situazioni disastrose.

Fonte articolo:

(Fonte foto: sito calogerolanzarone.blogspot.com)

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