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Rifiuti tossici sepolti in mare: la bomba inesplosa che mette a rischio le acque italiane

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Rifiuti tossici dispersi in mare che nessuno recupererà mai più. Questo il rischio, o forse dovremmo dire la certezza, per i 71 bidoni contenenti nichel e molibdeno dispersi nelle acque di Gorgona dal dicembre 2011.

I fatti risalgono a quasi due anni fa quando, al largo dell’arcipelago toscano, la portacontainer Venezia della Grimaldi Line, deve trasportare un carico di 226 bidoni, provenienti dal polo petrolchimico di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, e diretti a Genova. Un carico importante e anche molto rischioso, visto che ognuno di quei bidoni trasporta dei catalizzatori Co/Mo, contenenti metalli pesanti, necessari per la raffinazione del petrolio.

Il carico è così rischioso – si tratta pur sempre di materiale infiammabile e tossico – che non viene messo neppure nella stiva dell’imbarcazione, ma in due semirimorchiatori in coperta.

Poi, il disastro: raffiche di vento e onde alte 10 metri mettono in difficoltà l’imbarcazione che perde il suo carico. Ben 198 bidoni carichi di sostanze pericolose finiscono in mare. Da allora, ne sono stati recuperati solamente 127 e gli altri, ancora oggi, giacciono nelle profondità del mare italiano.

All’epoca dei fatti, la procura di Livorno decide di aprire un’inchiesta per danno ambientale per capire le dinamiche che hanno portato a tale disastro. L’inchiesta è ancora in corso e, attualmente, vige il massimo riserbo.

Il giornale Il Fatto Quotidiano ricorda che i cittadini livornesi vennero “a conoscenza di questo grave incidente avvenuto a meno di 20 miglia dalla costa solo 11 giorni dopo il fatto e quasi per caso: è la redazione di Cecina del Tirreno che “intercetta” alcune circolari dei Comuni della zona. Questo nonostante i fax inviati il giorno dell’accaduto (il 17 dicembre) dalla Capitaneria al Comune di Livorno e alle istituzioni regionali e nazionali”.

Da allora le acque che ospitano questa bomba inesplosa e il pescato di quel tratto di mare sono continuamente monitorati, in attesa che il peggio accada: cioè che uno dei fusti si rompa rilasciando in mare il suo contenuto.

Una situazione grave, che peggiora con il fatto che le ricerche si sono interrotte e che, come fanno sapere dal ministero dell’Ambiente, non c’è strumentazione che permetta di trovare e recuperare i bidoni a quelle profondità.

Un pericolo che giace al momento silenzioso a più di 600 metri di profondità e che potrebbe essere recuperato solo per un caso fortuito: se quei bidoni rimanessero casualmente impigliati nelle reti di qualche peschereccio.

Un fallimento della gestione di una situazione che non piace nemmeno all’Enpa, l’Ente Nazionale Protezione Animali che, tramite la voce del proprio direttore scientifico, riportata da Greenme, considera la situazione come “una vera bomba ad orologeria che potrebbe avere effetti devastanti sia per la sopravvivenza degli abitanti del mare, sia per la salute dei cittadini. Se già non è esplosa. Se non si interviene immediatamente sarà necessario un mare di denaro per tentare di arginare il danno causato sull’ecosistema del Tirreno, senza contare poi che nichel e molibdeno finirebbero inevitabilmente nella catena alimentare di uomini e animali, con ulteriori costi dal punto di vista sanitario e sociale”.

Intanto si continua a monitorare la situazione e si spera che il peggio non debba mai avvenire.

Fonti articolo:

(Foto: Utente Flickr AZRainman)

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