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Renne radioattive in Norvegia

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Quest’anno le renne potrebbero veramente avere il naso rosso. Un’indagine condotta nei mesi scorsi ha infatti rilevato che in Norvegia molte renne hanno fatto registrare valori di radioattività oltre la norma. Valori che sono aumentati di cinque volte nel giro di due anni.

Nel loro rapporto annuale State of the Environment, realizzato dalla Norwegian Radiation Protection Authority (NRPA), gli scienziati hanno osservato un impressionante aumento della sostanza radioattiva cesio-137  nelle renne della Norvegia; un valore pari a 8.200 becquerel (unità di misura della radioattività) per kg. Un salto notevole dal 2012, anno in cui il quantitativo corrispondeva invece a “solo” 1.500 becquerel per kg (600 è il limite di sicurezza per le carni ovine).

Secondo Lavrans Skuterud, ricercatore presso l’Autorità Norvegese di protezione dalle radiazioni, la colpa di questa impennata di valori sarebbe da accreditare ai funghi. In particolare al fungo Cortinarius caperatus, capace di assorbire la grossa quantità radiazioni che hanno continuato a persistere in quella parte del mondo, a quasi 30 anni dal disastro di Chernobyl. Visto che le renne vanno ghiotte di questo tipo di funghi, mangiandoli sono diventate radioattive esse stesse.

Nel rapporto comunque, non si parla solo di renne ma anche di pecore. Lo stesso studio è stato infatti condotto anche su altri animali che hanno mostrato valori sopra la norma, anche se le autorità invitano a evitare allarmismi.

Il Cesio 137, l’elemento incriminato e in parte utilizzato nella centrale nucleare di Chernobyl, ha un tempo di decadimento di 30 anni. Dovrebbe, quindi, venire smaltito nel giro di un paio di anni.

Secondo Skuterud, il livello di radioattività nell’ambiente sta diminuendo sempre più velocemente. Una parte di esso rimane vincolata al terreno, come abbiamo visto nei funghi, e solo un piccola parte entra nella catena alimentare. Quando si analizzano i valori negli animali che pascolano in autunno, aggiunge, si percepisce un aumento, ma fortunatamente i valori invernali sembrano avere una diminuzione stabile.

(Foto: Eric Kilby)