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Pesticidi nei meleti italiani ed europei. Il rapporto di Greenpeace

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Meleti europei pieni di pesticidi. È questo quanto evidenziato nel rapporto “Il gusto amaro della produzione intensiva di mele. Un’analisi dei pesticidi nei meleti europei e di come soluzioni ecologiche possono fare la differenza”, pubblicato da Greenpeace nei giorni scorsi.

Dalle analisi effettuate, è risultato infatti che due terzi dei campioni di suolo e acqua prelevati nei meleti europei contengono residui di pesticidi e il 70% delle sostanze identificate hanno livelli di tossicità molto elevati per gli esseri umani e per l’ambiente. E l’Italia non è messa bene.

Nel rapporto, sono raccolti i risultati delle analisi di 85 campioni (36 di acqua e 49 di suolo) prelevati in dodici Paesi europei, tra cui l’Italia. I campioni sono stati raccolti durante i mesi di marzo e aprile di quest’anno, in meleti a gestione convenzionale. Una fotografia che presenta la situazione all’inizio del periodo di fioritura, ma che fornisce anche una soluzione, visto che nel documento sono descritti anche esempi di pratiche agricole ecologiche che consentono di produrre senza contaminare l’ambiente.

Su 85 campioni, sono stati rilevati 53 pesticidi differenti. Il 78% dei campioni di suolo e il 72% dei campioni di acqua contenevano residui di almeno un pesticida.


La sostanza riscontrata con maggior frequenza è il fungicida boscalid (presente nel 38% dei campioni di suolo e nel 40% dei campioni di acqua). Non solo: sette dei pesticidi trovati non sono attualmente approvati nell’Ue, ma possono essere utilizzati solo attraverso eccezionali deroghe temporanee.

Il più alto numero di pesticidi nel suolo è stato trovato in Italia (18 in totale su 3 campioni raccolti); al secondo posto il Belgio (15 su 3 campioni), seguito dalla Francia (13 su 6 campioni).

L’acqua maggiormente contaminata, invece, è stata riscontrata in Polonia (13 pesticidi su 3 campioni), Slovacchia (12 su 3 campioni) e Italia (10 su 2 campioni).

Nel rapporto si legge: “I risultati mostrano che nei meleti europei è possibile trovare una vasta gamma di pesticidi nel suolo e nelle acque, che rimangono nel terreno e continuano a inquinare l’ecosistema anche dopo l’applicazione. Nonostante non sia possibile determinare l’esatta provenienza di questi pesticidi, l’ipotesi più verosimile è l’uso diretto (recente o passato) di pesticidi nei meleti dove questi campioni sono stati raccolti, mentre alcune sostanze potrebbero essere il prodotto della parziale degradazione di altri pesticidi”.


Per Greenpeace, però, un’alternativa a questo tipo di agricoltura che contamina suolo e acqua è possibile, oltre che necessaria: “Un ecosistema agricolo in equilibrio è il fattore chiave per una produzione sostenibile di mele dal momento che aumenta la resilienza a parassiti e malattie e, contemporaneamente, favorisce i nemici naturali dei parassiti, come le vespe, attraverso una maggiore disponibilità di polline e nettare”.

La richiesta è quindi che i Paesi dell’Unione Europea bandiscano i pesticidi chimici di sintesi dalle coltivazioni, sostenendo invece le pratiche ecologiche. Un modo per tutelare non solo la salute dell’ambiente, ma anche quella degli agricoltori e dei consumatori.

Infine, Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace Italia, precisa che: “L’Italia è uno dei maggiori produttori di mele a livello europeo. Abbandonare un modello agricolo fortemente dipendente dai prodotti chimici è fondamentale, anche per proteggere i nostri agricoltori e le loro famiglie, che sono i primi a essere direttamente esposti. L’imponente uso di queste sostanze nella produzione intensiva di mele è un altro fallimento dell’agricoltura industriale”.

(Foto: Alexander Boden)

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