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Mari italiani “bombardati” per la ricerca di idrocarburi: ecosistemi marini a rischio

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Bombardare il mare alla ricerca del petrolio, da Nord a Sud. È quanto sta succedendo nei mari italiani, sfruttati e setacciati con l’ausilio di strumenti che minano pesantemente l’ecosistema marino.

Air Gun”, letteralmente “pistola d’aria” è un termine che indica una delle tecniche più utilizzate da chi cerca il petrolio nei fondali marini. Si tratta di vere e proprie bombe ad aria compressa sparate sui fondali: onde sonore da 330 decibel che rimbalzano e la cui eco rivela dove e se è presente del petrolio.

Questa tecnica molto utilizzata dalle compagnie che cercano idrocarburi nel mare sembra che danneggi i fondali, allontani la fauna e crei enormi danni all’ecosistema marino. I cetacei, ad esempio, rappresenterebbero le prime vittime di questa fase di ricerca di idrocarburi.

In genere, si tende a minimizzare sull’impiego dell’Air Gun. Eppure, nel 2009, sette capodogli sono spiaggiati sul litorale della Foce Varano, proprio a causa dell’utilizzo di queste tecniche. Secondo quanto ricostruito, i cetacei sarebbero morti asfissiati per lo schiacciamento del diaframma. Questi animali, infatti, benché mastodontici, hanno organi particolarmente sensibili, che vengono disorientati, danneggiati o distrutti dalle alte frequenze o dai forti rumori provocati dalle apparecchiature utilizzate dall’uomo. Ed è ciò che provocherebbe l’uso dell’Air Gun in alcune specie, in particolare nei cetacei, nei mammiferi, nelle tartarughe marine e invertebrati. Una tecnica che causerebbe anche anomalie nel comportamento, perdita temporanea o permanente dell’udito, lesioni gravi e, in alcuni casi, la morte.

cetacei spiaggiati

Quello che forse molti non sanno è che i mari italiani sono letteralmente bombardati da queste tecniche di ricerca di idrocarburi. Ultimamente, ad esempio, in alcune delle ultime aree incontaminate del Mare Adriatico, al largo di Otranto, il Comitato per la valutazione di impatto ambientale  ha espresso due pareri positivi in relazione ai permessi di ricerca “d 72 F.R. NP”, e “d 71 – F.R. NP”.

Sul sito del ministero dell’ambiente, in riferimento alle istanze di permesso di ricerca idrocarburi si legge il seguente “Esito Parere CTVIA”: “Positivo con prescrizioni esclusivamente per quanto attiene la ricerca sismica con tecnica di air gun con rilevamento sismico 2D”.

Le zone interessate dalle procedure sono situate nei pressi di Otranto e occuperebbero complessivamente un’area marina estesa per  1.373 chilometri quadrati.

Ma non finisce qui. La minaccia non riguarda soltanto il Mar Adriatico, ma si estende anche nel Mar Ionio, accomunando con lo stesso destino, la fauna marina presente in diversi specchi di acqua italiani.

Le compagnie petrolifere, infatti, stimano che l’Italia abbia riserve accertate di greggio e metano pari all’energia di 126 milioni di tonnellate di petrolio. Si ritiene che dove la Lucania s’immerge nel golfo di Taranto, sotto quel mare ci sarebbero giacimenti da primato. Come anche al largo di Trapani. Un piatto succulento, troppo appetitoso per le lobby petrolifere da rinunciarci solo per tutelare gli ecosistemi marini.

Non ultimo, sembra che la società Global MED LLC, con sede nel Colorado (USA), abbia richiesto al Ministero dello Sviluppo Economico 5 nuove istanze di permesso di ricerca idrocarburi offshore. La notizia sarebbe stata resa nota da Ola, Organizzazione lucana ambientalista che evidenzia come le 5 nuove istanze siano state presentate il 17 dicembre 2013 e pubblicate sul Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse (BUIG) del mese di Gennaio 2014.

Le intenzioni della Global MED LLC sarebbero quelle di effettuare ricerche di idrocarburi nel mar Ionio, in particolare nel Golfo di Taranto, nella zona compresa tra la costa di Crotone, in Calabria, e Santa Maria di Leuca in Puglia su un’area di grande interesse per la fauna ittica.

La Ola sottolinea inoltre come queste nuove istanze portino a 16 i permessi di ricerca di idrocarburi esistenti ad oggi nel Mar Ionio tra le coste delle regioni Calabria, Basilicata e Puglia, alle quali vanno aggiunte 4 concessioni già attribuite lungo la costa calabrese.

Fa riflettere come queste notizie non abbiano la risonanza che meritano. Non si è nemmeno parlato, ad esempio, dell’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata di Sel, Lara Ricciatti, ai ministri degli Esteri e dello Sviluppo chiedendo di chiarire la posizione del governo sulle possibili conseguenze delle attività petrolifere annunciate dalla Croazia, nella enorme area marina condivisa con l’Italia, sul versante Adriatico. Iniziative, si legge, “con un potenziale dirompente, al punto di vanificare il buon lavoro per la costruzione della macroregione Adriatico ionica fatto negli ultimi anni” anche “per salvaguardare l’area adriatica da possibili rischi di inquinamento”.

Nella stessa vicenda, l’eurodeputato del Pd Andrea Zanoni ha chiamato in causa direttamente la Commissione europea denunciando “la pericolosità dei metodi impiegati” dalla Spectrum (la società croata che si occuperà delle operazioni di ricerca ed estrazione idrocarburi) per le prospezioni in Adriatico. Zanoni si è infatti detto preoccupato delle operazioni effettuate “con l’emissione ogni 10 secondi di un muro di onde sonore di 240-260 decibel che rappresentano una fonte di inquinamento acustico subacqueo con possibili effetti negativi sul prezioso ecosistema marino”. L’Ue ha risposto assicurando che gli Stati membri, dunque anche la Croazia, “devono adottare provvedimenti che vietino di perturbare deliberatamente le specie marine rigorosamente tutelate come cetacei e le tartarughe, in conformità con la direttiva habitat”.

Sembra alquanto difficile, calcolato lo scempio che, fino ad oggi, è stato perpetrato ai danni dei nostri mari, in nome degli interessi delle grandi compagnie petrolifere.

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(Foto in evidenza: mikebaird; foto interna: sportellodeidiritti.org)

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