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Mappa dei principali siti inquinati dalle armi chimiche in italia

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Da nord a sud della penisola ordigni di produzione bellica minacciano l’ambiente e la salute delle popolazioni locali.

Ecco quanto viene appreso dal dossier di Legambiente.
Oltre 30mila ordigni inabissati nel sud del mare adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte Torre Gavetone, a nord di Bari. 13mila proiettili e 438 barili contenenti iprite, un pericoloso liquido irritante, e diversi ordigni chimici contenenti iprite, lewisite (liquidi irritanti) e fosgene (gas asfissiante) nel meraviglioso golfo di Napoli. 4300 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Laboratori e depositi di armi chimiche della Chemical City nei boschi della Tuscia in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro (Rm), nata 100 anni fa per fornire tecnologie e sostanze di supporto agli armamenti. Infine le aree di sgancio degli aerei Nato nel basso adriatico, dove giacciono, secondo le stime dell’allora Istituto centrale per la ricerca scientifica applicata al mare, oggi Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), migliaia di bomblets, piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo sganciate sui fondali marini. Sostanze altamente inquinanti derivanti prevalentemente dalla pesante eredità bellica del periodo fascista, che continuano a minacciare l’ambiente e la salute delle popolazioni locali. Ci sono i siti più noti quali il porto di Molfetta e Torre Gavetone a nord di Bari o la Chemical City sul lago di Vico (Vt), in cui, sono state avviate le indagini e gli studi per valutare il livello di inquinamento e le prime attività di bonifica, partite purtroppo anche grazie ad incidenti di percorso. Nel mare pugliese ci sono voluti i lavori di dragaggio del porto di Molfetta, con il conseguente ritrovamento di alcuni ordigni bellici, per far partire la bonifica di quest’area che però ancora oggi procede a rilento. Nel viterbese invece le cisterne cariche di fosgene degli impianti di produzione delle armi chimiche sono state scoperte, nel 1996, per l’intossicazione di un ciclista causato da una fuga del gas asfissiante durante operazioni segrete di svuotamento delle cisterne stesse. Nel 2000 la bonifica delle cisterne si è conclusa e ora si sta lavorando per rimuovere gli ordigni e gli altri residuati bellici che ancora giacciono nel sito minacciando la salute dei cittadini e del bellissimo lago di Vico.

Accanto a questi siti ce ne sono poi altri, individuati da diversi documenti militari, su cui ad oggi non è stata fatta alcuna indagine accurata per certificarne la realtà attuale e localizzare e quantificare il materiale presente, tra cui l’area marina di Pesaro o del Golfo di Napoli.
L’industria bellica non si è fermata con la seconda guerra mondiale, come testimoniano le altre due situazioni riportante nel dossier. A Colleferro, in provincia di Roma, quest’anno ricorre il centesimo anno dell’industrializzazione dell’area che ospita già dal 1912 produzioni belliche (Snia, BPD), in particolare dedicate alla fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche. Una produzione che continua anche negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, tanto che alcuni documenti riportano una correlazione tra la produzione dell’industria bellica di Colleferro e le tecnologie fornite all’Iraq di Saddam Hussein negli anni ottanta. Ancora oggi nell’area sono attive produzioni belliche ma sull’inquinamento ci sono ancora poche informazioni
pubbliche, a causa del segreto militare e di una contaminazione molto complessa che deriva da tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco, diventata recentemente Sito di interesse nazionale da bonificare. Il dossier con il resoconto completo lo potete trovare cliccando qui.

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