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Le pile una vera bomba ecologica

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Le pile, innovazione straordinaria, ci hanno liberato da fili e cavetti prendendo sede in tantissimi oggetti di uso domestico e rendendoci la vita molto più facile. Nelle nostre case ne abbiamo, nascoste agli occhi, ovunque: nei telecomandi, nelle sveglie, nelle radio, nei giocattoli, nei telefoni cordless e in tanti altri piccoli elettrodomestici. Sono diventate indispensabili collaboratori della tecnologia; infatti, ne esistono di vari tipi e dimensioni, adatte a soddisfare qualunque esigenza e qualunque meccanismo necessiti la loro carica. Ma perché è indispensabile smaltirle in modo più che accurato? E cosa contengono veramente?

 

Ancora pochi tra noi sono consapevoli del fatto che esse sono vere bombe ecologiche. Durante gli anni di certo abbiamo imparato a “differenziarle” dai rifiuti, ma molti tra noi le gettano ancora nel sacco nero o dove capita e non di rado accade di trovarle nelle pinete, nei boschi e anche sulle spiagge: male, molto male. Poche cose create per uso domestico infatti sono inquinanti al pari delle pile; sintetizzando si potrebbe dire che sono un vero e proprio concentrato di sostanze tossiche messe liberamente nelle mani di chiunque.

Entriamo nel dettaglio. La maggior parte delle pile contiene una miscela composta di metalli pesanti, per esempio nichel (Ni), cadmio (Cd) e zinco (Zn); quelle di prima generazione  addirittura mercurio (Hg) e piombo (Pb), ma fortunatamente negli ultimi anni il loro impiego è stato vietato (fatta eccezione per le batterie a maggiore amperaggio, come quelle delle auto, delle quali però non ci occupiamo in questo articolo). I metalli pesanti sono sostanze estremamente inquinanti che incidono soprattutto sugli ecosistemi terrestri, proprio a causa della nostra cattiva abitudine di abbandonare pile e batterie ovunque (oggi c’è una maggiore attenzione generale sul tema, ma pensiamo a quante pile in passato sono state seppellite in qualunque angolo della natura).

Si parla sempre con maggiore enfasi d’inquinamento atmosferico e delle acque, mentre sullo stato di salute del suolo che calpestiamo si dice poco, forse perché i danni non sono quantificabili a breve termine. Ricordiamoci, però, che inquinare il suolo significa deterioraretutto ciò che la natura produce, dai fiori agli alberi, ma non solo, lo stesso cibo di cui ci nutriamo (che sia di origine animale o vegetale) è intaccato dalle sostanze tossiche rilasciate dalla decomposizione delle pile. Inoltre dal suolo i metalli pesanti filtrano nelle falde acquifere, provocando ulteriori effetti devastanti sia nelle falde sotterranee che nei corsi d’acqua, laghi o mari in cui le acque contaminate confluiscono. Basti pensare che una sola pila allo zinco (di seconda generazione), abbandonata e deteriorata, può arrivare a inquinare 30000 litri d’acqua; una al mercurio (di prima generazione) può rendere non potabili addirittura 30 milioni di litri d’acqua. I pesci, i crostacei, le stesse alghe mostrano evidenti segni di bioaccumulodi cadmio, nichel, mercurio e piombo. Bioaccumulo che coinvolge anche noi, tramitebiomagnificazione (in parole semplici, il passaggio tra organismi di sostanze tossiche lungo la catena alimentare: noi uomini ci intossichiamo di mercurio mangiando un pesce che prima di noi si è intossicato della stessa sostanza). Attenzione: concentrazioni elevate di queste sostanze sono tanto dannose per il sistema nervoso, quanto per fegato e reni (possono indurre patologie simili a Parkinson e saturnismo, oltre a disturbi psichici).

Cosa fare per limitare i danni ed evitare di avvelenare ambiente, animali e noi stessi? Come prima cosa smaltire le pile come rifiuti tossici e pericolosi, riponendole quindi negli appositi contenitori. Nel caso in cui dovessimo vedere disperse nell’ambiente delle pile, poi, sarebbe ancora più importante rispetto ad altri rifiuti intervenire: ok, non è “colpa nostra” ma quella pila sta avvelenando anche noi! Si potrebbe anche tentare di affidarci quando possibile a strumentazioni a energia solare e utilizzare sempre pile ricaricabili: possiamo riutilizzarle un migliaio di volte riducendo così di altrettante volte il nostro contributo all’inquinamento.

Giuliano Polichetti
Chimico Farmaceutico
Specialista in Farmacologia e Tossicologia Clinica

Articolo originale www.attentialluomo.it

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