Home Ambiente La mappa aggiornata del rischio piattaforme offshore nei mari italiani

La mappa aggiornata del rischio piattaforme offshore nei mari italiani

233
0
CONDIVIDI

Il cambiamento climatico, come ormai acclarato, è da attribuire alle attività umane, e tra queste il peso maggiore lo ha il ricorso ancora imponente ai combustibili fossili che alimentano le emissioni di gas ad effetto serra.
In Italia vanno scomparendo ad un ritmo vertiginoso gli 800 ghiacciai alpini che ricoprono oggi un territorio pari a 500 Km quadrati e che costituiscono una riserva strategica per l’acqua, alimentando sorgenti e falde di acque idropotabili, i torrenti e tutti i fiumi più importanti situati nel Nord del Paese, tra i quali il Po. La carenza d’acqua provocata dalla progressiva contrazione dei ghiacciai e da fenomeni estremi di siccità, ma anche le piene alluvionali provocate dalle bombe d’acqua, il cui aumento in numero e intensità è attribuibile al al cambiamento climatico, provocano un danno economico di vaste proporzioni, un rischio costante per la sicurezza delle popolazioni e un
incalcolabile impatto ambientale.

Ma, nonostante i passi da gigante fatti in questi ultimi 10 anni, nell’ambito delle energie rinnovabili, risparmio ed efficienza energetica, anche con la SEN- Strategia Energetica Nazionale, mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, l’Italia continua ad investire principalmente sulle risorse fossili costituita dagli idrocarburi puntando al raddoppio della quantità di gas e petrolio estratto, seppur in un quadro velleitario e paradossale di sviluppo sostenibile della produzione nazionale degli idrocarburi (come viene detto nella SEN). Nella passata legislatura, proprio nei mesi precedenti il lancio della Strategia l’allora Ministro allo Sviluppo Economico Corrado Passera
aveva presentato una stima di 15 miliardi di euro di investimento (un punto di PIL!) e di 25 mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia
Ma a parte queste stime fantasiose, quello che di certo si sa è che secondo le valutazioni dello stesso ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe , che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.
Dopo aver colonizzato tutto l’Adriatico, il rischio perforazioni per l’estrazione degli idrocarburi, e dunque il rischio inquinamento, non cessa per il Golfo di Taranto, il Mar Ionio e il Canale di Sicilia e si estende ad un’area di mare grande quanto la Corsica tra la Sardegna e le Baleari. Sono ben 67 i progetti di coltivazione nei nostri mari (di cui 50 attvi e ben 29 in Emilia Romagna), 60 dei quali vedono l’Eni titolare o contitolare. Meno della metà di questi pagano royalty. Questo è quanto emerge dall’ operazione verità del WWF sulla mappa delle trivellazioni nei nostri mari dopo, che il 4 settembre scorso il ministro per lo Sviluppo Economico Flavio Zanonato ha annunciato di avere tolto, con il DM del 9/8/2013, 116.000 kmq di aree marine aperte ai petrolieri. 

Ma in realtà, accusa Stefano Lenzi, Responsabile Ufficio Legislativo WWF, si tratta dell’ennesima beffa: “Il Governo in estate ha introdotto delle limitazioni, ma non è intervenuto sugli effetti della sanatoria del Decreto Sviluppo del 2012”. Ed ecco allora che, come denuncia il dossierTrivelle in vista”, zone di pregio marine e costiere continuano a subire la minaccia del rischio di inquinamento marino derivante  dalle attività di routine (come l’uso dell’air gun e di fanghi e fluidi perforanti durante le attività di ricerca e perforazione e rilascio delle acque di produzione) e al rischio di incidente per le piattaforme offhsore (come ha dimostrato il caso della piattaforma Deepwater Horizon  del 2010 nel Golfo del Messico).
Pur ricadendo nelle aree interdette dal DM 9/2013 sono del tutto valide l’istanza di coltivazione Ombrina Mare (a 6 km dall’istituendo Parco della Costa Teatina in Abruzzo) della Medoil Gas, e il permesso di ricerca del AUDAX di ben 657 kmq a Pantelleria nel Canale di Sicilia (area di grande pregio naturalistico dove si registra anche un’intensa attività vulcanica sottomarina). Sono fatte salve anche le 8 istanze di permesso di ricerca della già martoriata baia storica di Taranto.

Il WWF chiede al Governo di abbandonare la Strategia Energetica Nazionale – SEN, approvata nel marzo 2013 da un Governo dimissionario, che prevedeva l’irrealistico raddoppio della produzione di nazionale di idrocarburi, e di avviare un percorso verso la decarbonizzazione per il futuro economico ed ecologico del Paese.

Il gioco non vale la candela. Da stime ufficiali, sulla base dei dati forniti dallo stesso Ministero per lo Sviluppo economico, nei nostri fondali marini ci sono 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. 

Ad oggi, secondo quanto documentato nel dossier “Trivelle in vista” del WWF sono attive nei mari italiani: 3 istanze di permesso di prospezione (in un’area di 30.810 kmq), 31 istanze di permesso di ricerca (in un’area di circa 14.546 kmq), 22 permessi di ricerca (in un’area di circa  7.826 kmq), 10 Istanze di coltivazione (in un’area di circa  1.037 kmq), 67 concessioni di coltivazione (che occupano un area pari a 9.025 kmq) con 396 pozzi produttivi in mare di cui  335  a gas e 61 a petrolio. 104 sono le piattaforme di produzione,  8 quelle di supporto alla produzione, 3 unità galleggianti di stoccaggio temporaneo.

La petizione WWF “No alle trivelle nel Canale di Sicilia, Sì al parco di Pantelleria”   ha già raccolto in pochi mesi oltre 35 mila firme. 

Fonte

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here