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In Cina crescono mele nere sugli alberi

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Il Paese sembra condannato a vivere in una coltre di fumi industriali: nell’Hebei, la provincia carbonifera più fruttuosa, appaiono frutti neri sugli alberi. Nel Qinghai i monaci tibetani pensano di abbandonare il proprio luogo di culto perché “non riescono più neanche ad aprire gli occhi”. E il governo rende inefficace la nuova legge per la tutela dell’ambiente.

Dopo aver dato ampio risalto alla nuova legge anti-inquinamento, che arriva a prevedere la pena di morte per chi scarica in maniera illegale gli scarichi tossici industriali nell’ambiente, il governo cinese compie un enorme passo indietro. Nel testo del nuovo regolamento, infatti, si legge che “solo la All-China Environment Federation [gruppo statale sotto il controllo del Partito ndr] potrà presentare denunce valide contro gli agenti inquinatori”.

La clausola ha fatto infuriare i gruppi ambientalisti nazionali, che chiedono al governo di ripensare “una legge che di fatto annulla tutti gli sforzi a favore dell’ambiente”. Persino alcuni funzionari governativi del ramo esprimono dei dubbi: Bie Tao, del ministero per la Protezione ambientale, dice che “dare a una sola organizzazione il potere di presentare denunce non risponde alle necessità ecologiche della nazione”.

Il tasso di inquinamento nel Paese è ormai a livello di guardia. Ogni anno in inverno i fumi industriali oscurano il cielo rendendo necessarie misure di prevenzione straordinaria persino nelle grandi città. A Pechino per un centinaio di giorni la popolazione è costretta a chiudersi in casa per non esporsi alla nube tossica, e gli scarichi chimici infestano le fonti d’acqua e di conseguenza tutto il ciclo alimentare.

A Zhangjiakou – nota come “città del carbone”, nella provincia settentrionale dell’Hebei – sugli alberi sono apparse mele nere. La provincia è tristemente nota per la presenza di 7 delle 10 città più inquinate nel Paese: il commercio di carbone frutta però 17,2 miliardi di yuan ogni anno, e questo basta a mantenere le cose come stanno. Un residente di Zhangjiakou dice: “Presentare un esposto alle autorità ambientali è uguale a non presentare niente a nessuno. Proprio non si interessano di quanto accade”.

L’inquinamento ha costretto persino un abate tibetano, il lama Kumbumtenli, a ipotizzare la chiusura del suo monastero. Il religioso guida il Kumbum (luogo di nascita del grande maestro buddista Tsongkhapa e popolarissima meta turistica), che si trova nei pressi di Huangzhong (provincia del Qinghai): nonostante la posizione elevata, lo smog ha reso impossibile vivere nella zona.

Lo stesso monaco ha scattato alcune immagini (v. foto), le ha pubblicate su Weibo, il popolarissimo sito di micro-blogging cinese, e ha commentato: “La mattina l’aria puzza. Ho mal di testa e sento dei conati di vomito. Non posso aprire gli occhi o mangiare”. Anche i suoi monaci sono nelle stesse condizioni, tanto che “dopo 15 anni sto pensando di abbandonare il monastero”.

A pochi chilometri dal luogo di culto si trovano diverse industrie che, secondo i residenti locali, la sera immettono nell’aria in maniera illegale dei fumi tossici. Nel 2006 centinaia di bambini della zona si sono sottoposti a un esame del sangue che ha rilevato livelli di piombo fino a 5 volte superiori alla media. Nel 2010 un residente anonimo ha scritto al governatore provinciale per denunciare l’immissione di diossido solforoso nell’aria, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

http://www.asianews.it/notizie-it/In-Cina-crescono-mele-nere,-ma-il-governo-decapita-la-nuova-legge-anti-inquinamento-28329.html

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